11.2.2016 Familiy Day e legge Cirinnà - Fidesetratio

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2015
PRO E CONTRO LE “UNIONI CIVILI”
Le leggi positive sono valide e giuste
solo se rispettano la legge naturale:
verità ignorata dalla classe politica italiana,
come risulta tanto dagli interventi (irrazionali) degli atei
quanto dagli interventi (fideistici) dei clericali
di Antonio Livi
L’ottusa resistenza della classe politica italiana recepire le istanze popolari espresse dal Family Day del 20 gennaio 2016 a Roma dipende dal fatto che questi parlamentari – analogamente a quanto avviene tra i dirigenti di partito, tra i magistrati, tra gli opinionisti più presenti in televisione – mirano a far approvare dal Parlamento il disegno di legge sulle cosiddette “unioni civili”, o perché sono direttamente fautori della formalizzazione giuridica delle istanze ideologiche dell’omosessualismo, o perché non sono capaci di opporvisi, non avendo nel proprio bagaglio dialettico nessun argomento eticamente e giuridicamente fondato e dovendo così limitarsi ad apparire come portatori di istanze religiose, anzi confessionali, che ben poco hanno a che vedere con le discussioni di metodo e di merito in relazione con il disegno di legge “Cirinnà” in discussione in Parlamento. Stando così le cose, è ovvio – anche se assurdo e deprimente – che i media, volendo indicare i due schieramenti, pro e contro la “Cirinnà”, parlino sempre di “laici” e di “cattolici”, specificando che ciascuno dei due schieramenti è “trasversale” (nel senso che ci sono laici e cattolici nei partiti di centro-destra,  in quelli di Area Popolare e anche nel Partito Democratico). I “laici” sarebbero quelli che si sono schierati a favore dello pseudo-matrimonio omosessuale in nome di una imprecisa e imprecisabile “moralità” secolaristica e progressista, che rifiuta la nozione di legge naturale e accusa la Chiesa di ingerenza nella politica italiana per il solo fatto che proprio sulla legge naturale si basa tutta la dottrina sociale cattolica, dalla Rerum novarum di Leone XIII alla Deus caritas est di Benedetto XVI. Se i laici sono gli anticlericali, chi sarebbero allora i “cattolici”?  Non resta che individuarli come coloro che, nel dibattito sulla società giusta e le leggi giuste, “si ispirano” ai principi della dottrina cristiana. Insomma, sia da una parte che dall’altra il dibattito si svolge senza che venga chiamato in causa l’unico criterio che valga per un confronto dialettico sui valori sociali che lo Stato deve riconoscere e tutelare, ossia la conformità di ciò che è de iure condendo con lo ius a Deo conditum (la legge morale naturale, alla luce della quale si debbono valutare le esigenze del bene comune). Si discute di una nuova legge, ci si confronta con nuovi fenomeni sociali allo scolpo di discernere quali tra essi ci siano che meritano di essere riconosciuti come funzionali al bene comune e al progresso civile e quali invece vanno repressi o almeno mantenuti nella sfera privata? Ebbene, questa discussione resta mera lotta per il potere politico-culturale e non si parte da questa verità fondamentale: che le leggi positive sono valide e giuste solo se riconoscono, rispettano e applicano la legge naturale, che è perenne come la natrua stessa, alla contingenza storica. Una verità che purtroppo la classe politica italiana sembra ignorare, come risulta da tutti gli interventi che si sono finora succeduti in Parlamento e nelle dichiarazioni rilasciate ai media. Si tratta di discorsi che, quando a parlare sono i politici che si presentano come laici (cioè atei) appaiono assolutamente irrazionali; e quando invece a parlare sono i politici che si presentano come cattolici (cioè clericali) appaiono desolatamente fideistici. Né gli uni né gli altri, nella discussione sul disegno di legge “Cirinnà”, vanno al di là dei sofismi e della retorica che di solito accompagnano la lotta politica intesa come difesa di interessi di parte. Ma qui si tratta del bene comune della società civile: si tratta di approvare o respingere la pretesa di dare riconoscimento giuridico istituzionale alle convivenze omosessuali, creando un nuovo istituto di diritto pubblico-civile che sostanzialmente finisce per equipararle al matrimonio naturale.
Cominciamo con le ragioni addotte dai promotori della legge. Anche ad ascoltarle senza prevenzioni e con la sincera disposizione di trovarvi qualche tesi razionalmente condivisibile, risultano tutte – come ho già detto - desolantemente irrazionali. Ne riferisco solo alcune.
Perché sarebbe “costituzionale” l’equiparazione giuridica delle convivenze omosessuali al matrimonio.
Alcuni, di fronte alle obiezioni (giuridicamente ineccepibili) circa la natura incostituzionale del progetto di legge, tentano di trovare nelle pieghe del dettato costituzionale un’ammissione preventiva della futura estensione della nozione di “matrimonio” alle convivenze omosessuali.  Ma la Costituzione del 1947, frutto di un’intesa sull’essenziale da parte di giuristi di diverso orientamento dottrinale (corrispondente all’ideologia politica dei democratico-cristiani, dei liberale e dei marxisti), quado parla della famiglia si riferisce chiaramente un solo istituto giuridico – la «famiglia fondata sul matrimonio naturale» - che la Repubblica intende tutelare perché ne riconosce la funzione essenziale in ordine al bene comune; qualunque altra forma di convivenza i costituenti avessero potuto immaginare nel futuro del Paese, come normale evoluzione del costume sociale, mai l’avrebbero ammessa, nemmeno implicitamente, come equiparabile od omologabile al matrimonio, che essi hanno voluto definire, non “tradizionale” (come molti sventurati insistono a dire) ma semplicemente “naturale”, ossia inscritto nell’ordine morale naturale che la Costituzione riconosce come suo fondamento giuridico assoluto e al quale intende adeguare le norme del diritto positivo.  
Perché sarebbe necessario “adeguare” la nostra legislazione in materia a quella di altri Stati occidentali.
Altri giustificano l’esigenza di “regolare” tali convivenze con ragioni di diritto comparato, proclamando la necessità che anche l’Italia si adegui finalmente alla cultura dominante in Occidente, ripetendo a ogni piè sospinto che tutti i Paesi “civili e progrediti” dell’America e dell’Europa le avrebbero già riconosciute come nuove realtà sociali portatrici di diritti e bisognose di tutela pubblica. Il dato sociologico è falso: ma anche se fosse vero, quegli uomini politici, che si ritengono eredi dell’Illuminismo, dovrebbero almeno conoscere la celebre “legge di Hume”, in base alla quale non si può dedurre un principio morale da un dato di fatto, il che significa che, dal fatto che una legge in materia così delicata ci sia già in altri Paesi, non discende necessariamente il principio che l’Italia debba adottarne una simile. Del resto, il Paese portato sempre ad esempio di democrazia avanzata, gli Stati Uniti, hanno tuttora leggi che i nostri legislatori non si sognano di proporre in Italia, ritenendole immorali e sciagurate (si pensi alla pena di morte, vigente in vari Stati dell’Unione, e alla legge che permette il libero possesso di armi, anche di guerra, da parte dei comuni cittadini, anche minorenni).
Perché gli omosessuali avrebbero il diritto a un pubblico riconoscimento della loro convivenza in forme identiche o analoghe al matrimonio?
Qui siamo al colmo della retorica ideologica, unica risorsa dialettica di chi non sa argomentare con alcuna seria ragione etica e giuridica, limitandosi a ripetere slogan senza senso. Si parla di “riconoscimento dei diritti” delle coppie omosessuali. Ora, se la questione è de iure condendo, vuol dire che tali “diritti” ancora non ci sono nell’ordinamento dello Stato, e quindi non sono contemplati dalle leggi positive in Italia. Il legislatore dovrebbe allora rilevare l’esistenza reale di tali diritti nelle premesse logiche del diritto positivo, cioè nel diritto naturale, ossia l’ordine morale creato da Dio, che l’intelletto umano percepisce con tutta evidenza nella natura stessa dell’uomo, sia come individuo che come membro della società (famiglia, comunità politica). Ma i fautori del matrimonio omosessuale non vogliono nemmeno sentir parlare di legge naturale, visto che sanno benissimo che gli atti omosessuali sono intrinsecamente contro natura. E allora, pur dicendosi democratici, tornano al mito dello Stato etico, lo Stato che crea il diritto, stabilisce autonomamente ciò che è giusto e ciò che è ingiusto e distribuisce diritti e doveri a suo piacimento, lo Stato totalitario che si fa Dio. Naturalmente, gli stessi fautori dell’ideologia statalista sanno molto bene che lo Sato è un ente di ragione che fisicamente non esiste: esistono piuttosto le strutture giuridiche del potere nella società, e il potere (legislativo, giudiziario, esecutivo) è nelle mani delle persone in  carne e ossa che di volta in volta governano. Essi quindi, anche se dicono il contrario, difendono in realtà il loro assoluto arbitrio nella gestione della cosa pubblica, senza sentirsi minimamente obbligati a rispettare la volontà del popolo (che pure dovrebbero rappresentare) e tanto meno i veri diritti degli individui e delle famiglie, quali risultano dalla vera natura delle cose.
Quali argomenti oppongono i “cattolici” ai fautori della “Cirinnà”?
Che cosa oppongono i “cattolici” alle ragioni di chi pretende di elevare le convivenze contro natura a istituto giuridico di diritto pubblico e di pubico interesse? Da uomini politici consapevoli delle proprie responsabilità di fronte agli elettori, essi dovrebbero smentire in Parlamento, Costituzione alla mano, tutte le false ragioni di chi si presenta come l’incarnazione dello Stato creatore di diritti; potrebbero facilmente opporre ai sofismi e agli slogan omosessualisti le solide e incontrovertibili ragioni del diritto naturale e della vera democrazia rappresentativa. Invece si dichiarano, in linea di principio, favorevoli, alla legge sulle «unioni civili», salvo qualche emendamento su aspetti particolari. Per giustificare il loro allineamento all’ideologia dominante vanno ripetendo anche loro che ci si trova di fronte a un nuovo fenomeno sociale che va assolutamente “regolamentato”. E fingono di non sapere che lo Stato non è tenuto a regolamentare d’ufficio tutto ciò che di nuovo va apparendo nel contesto sociale: lo Stato (il potere legislativo, in questo caso), prima di legiferare deve valutare la qualità etica di quel dato fenomeno sociale, verificando se sia legittimo e se richieda una particolare tutela pubblica in quanto utile al bene comune. Ma questo impegno di valutazione significa entrare nel merito della proposta omosessualista e adottare criteri oggettivi di legittimità e di utilità sociale. Significa ragionare pacatamente e con rigore logico, ricorrendo ad argomenti che ogni persona di retta coscienza dovrebbe riconoscere come validi. E invece i cosiddetti “cattolici” hanno preferito mettere da parte la razionalità dell’etica sociale e politica per badare soltanto alla razionalità tecnica dei giochi di potere, dove prevale sempre l’interesse personale e di partito. E così hanno finito per concedere all’ideologia omosessualista il vantaggio di giocare sul proprio terreno, quello dell’irrazionalità. In effetti, non è forse irrazionalità, da parte di “cattolici”, il fatto di opporre alle false ragioni “laiche” la loro presunta fedeltà alla dottrina della Chiesa? Non hanno sufficienti argomenti ricavati dalla propria coscienza di cittadini e di parlamentari? Perché giustificano la propria contrarietà ad alcuni articoli del disegno di legge “Cirinnà” attribuendola, davanti all’opinione pubblica, alle indicazioni dei vescovi? Così facendo qualificano la loro posizione come clericale, rispondente cioè a istanze estranee alla rappresentanza politica nazionale, il che impedisce di trovare una base di intesa e di consenso sui valori della famiglia naturale anche con chi non si professa cattolico. La base di intesa, invece, hanno cercato di trovarla (e purtroppo l’hanno trovata) sulla considerazione sentimentale e romantica dell’«amore omosessuale», premessa pseudo-morale per giustificare i pretesi “diritti” da o alle coppie gay. A questo è servita l’allusione che i clericali hanno fatto alla benevolenza che papa Francesco e il Sinodo sulla famiglia avrebbero espresso nei confronti delle convivenze omosessuali, riscontrandovi «valori umani positivi». Ovviamente, questo argomento è non solo disgustosamente clericale ma anche del tutto improprio, perché le indicazioni che su questa materia ha fornito a vari livelli e in varie occasioni la Chiesa cattolica riguardano esclusivamente la cura pastorale dei fedeli e la loro partecipazione alla vita della comunità di culto: non pretendono di suggerire alla classe politica quali leggi dello Stato siano più opportune o necessarie per lo sviluppo e il progresso della vita nazionale.
In definitiva, in Parlamento i cosiddetti cattolici hanno trovato il modo di confermare agli occhi dell’opinione pubblica la loro indole clericale e la loro predisposizione alla resa senza condizioni. Prima della discussione in aula, alcuni di loro hanno espresso l’intenzione di sostenere le istanze del Family Day, che ha manifestato un dissenso radicale e totale nei confronti del progetto di legge sulle «unioni civili». Elisabetta Frezza, in un’intervista nella quale le domandavano se la classe politica cattolica si fosse sintonizzata con questo «dissenso integrale», ha detto:
«Nella vetrina ufficiale no. Il dissenso integrale pare evaporato. Resta, penso, nel sentire di molti in cui alberga ancora il buon senso comune e il senso di realtà, della gente sana distante dalle alchimie della politica dei palazzi sacri e profani. Quella che crede ancora che ci siano dei principi veritativi da difendere a qualunque costo. Purtroppo, spesso, crede anche che siano rimasti uomini capaci di rappresentarla. Ma questi uomini non ci sono, o meglio, quelli che hanno il coraggio, nonostante tutto, di andare al cuore della questione – in questo caso, cioè, di dire che i rapporti sodomitici sono di per sé un male perché offendono la legge naturale e divina – vengono lasciati esibire ai margini, in omaggio al pluralismo di facciata»
La Frezza dice poi, con parole sue, le stesse cose che dicevo io più sopra a proposito degli argomenti serie e fondati che in merito al progetto di legge “Cirinnà” dovrebbero essere opposti alla retorica omosessualista:
«La realtà è che nessuno, da una postazione titolata, attacca il problema alla radice. Nessuno osa più ricordare che un ordinamento (nella sua funzione, appunto, “ordinatrice”) deve tutelare solo interessi che coincidano con l’interesse generale, in vista della conservazione e della crescita retta e armonica della società. Che la famiglia non è un fatto convenzionale, ma una realtà naturale che precede il diritto, perché è il luogo dove si genera e si cresce la vita. Che Sodoma fu incenerita da Dio per quelle stesse condotte che la Cirinnà e la sua corte vogliono definitivamente legalizzare» (in Corrispondenza Romana, 8 febbraio 2016).
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