25.08.14 Monsignor LIVI su Bianchi. - Fidesetratio

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Da sempre Bianchi ricorre a suoi amici potenti per mettere a tacere chiunque osi criticarlo. Sembra che ce l’abbia soprattutto con me, non tanto per la forma (mai offensiva) bensì per il contenuto stesso delle mie critiche, che riguardano la fede che la Chiesa professa e che noi cristiani dobbiamo professare. Nel 2012 Bianchi ha voluto mettermi a tacere chiedendo e ottenendo dal direttore di Avvenire una specie di “scomunica”, che terminava con l’invettiva: “Si vergogni!”. La vicenda fece scalpore per quanto era assurda: mai si era visto in Italia, che pure era teatro di accese dispute ecclesiali, che due laici (il dottor Tarquinio e il suo rappresentato dottor Bianchi) mettessero alla gogna, sul giornale dei vescovi, un anziano sacerdote, noto studioso e insignito di molti titoli accademici ed ecclesiastici, solo perché aveva volto esprimere il suo disappunto per il fatto che Bianchi, scrivendo sulla Stampa, avesse criticato i papi che non avevano accettato le proposte di riforma avanzate dal teologo svizzero Hans Küng (abolizione del celibato ecclesiastico, ordinazione sacerdotale delle donne, cancellazione del dogma dell’infallibilità pontificia, rinuncia alla pretesa che la Chiesa cattolica sia la vera Chiesa di Cristo eccetera).

A ciò si aggiungeva che su Avvenire (che è diffuso soprattutto nelle chiese e ha anche una funzione catechetica) Bianchi commentava il Vangelo presentando Gesù, non come Dio salvatore (il Verbo Incarnato, la Seconda Persona della Trinità che nel tempo ha assunto la natura umana, senza perdere quella natura divina che da sempre lo fa consustanziale al Padre), ma come una semplice “creatura”, un modello etico, un santone. Per questo avevo parlato, sapendo bene che cosa dicevo, di “umanesimo ateo”.  Alle mie osservazioni Bianchi rispose (privatamente) mostrandosi offeso ma senza poter replicare alcunché, anzi confermando la sua indifferenza (privatamente) nei confronti della verità dogmatica. Anche Tarquinio mi rispose (privatamente) per confermare il suo apprezzamento senza riserve per le omelie di Bianchi, che gli piacevano perché esprimevano “buoni sentimenti”; del dogma cristologico, ignorato da Bianchi, nemmeno a lui importava gran che.

Dunque: negare la divinità di Cristo si può, visto che lo fa anche un teologo come Walter Kasper, e poi può venire bene per il “dialogo” con gli atei; criticare Bianchi, invece, non si può, perché “disturba il manovratore”. Anzi, a giudizio di Tarquinio, chi mette in dubbio l’autorevolezza teologica del “priore di Bose” partecipa evidentemente a vergognose congiure, tipo la famigerata “macchina del fango” che colpì il precedente direttore di Avvenire.  Il tono e gli argomenti di Bianchi e dei suoi patrocinatori mi sembrano assai simili a quelli che usano i portavoce del Movimento “5Stelle”. Scriveva di recente, a proposito di Grillo, il giornalista Marco Gorra: «Che la mentalità grillina maltolleri l'idea stessa della deviazione dalla Linea è noto, così come lo è che da quelle parti si coltivi un certo riflesso pavloviano in forza del quale non esistono critiche ma solo biechi attacchi dettati da oscure e inconfessabili motivazioni» (Libero, 19 agosto 2014).

Ora, passati due anni da quella vicenda, Bianchi torna alla carica rivolgendosi questa volta al “braccio secolare”, ossia ai tribunali dello Stato. Anche qui, se stiamo alla cosa in sé e per sé, ci sarebbe da ridere: lo Stato italiano dovrebbe decidere se Bianchi ha il diritto costituzionalmente riconosciuto di presentarsi ai cattolici come l’unico vero interprete della dottrina cristiana (nel qual caso io sarei incorso nel reato di vilipendio di un’istituzione religiosa con la quale l’Italia ha stipulato un concordato)… In effetti, Bianchi ha incaricato i suoi avvocati perché si ritiene da me “diffamato”: ma di quale buona fama avrebbe diritto? Della fama di “maestro della fede”? Della fama di “vero profeta”? Io certamente gli ho sempre negato questa autorità magisteriale, e ritengo di avere il diritto-dovere di farlo, perché ho a cuore che sia riconosciuto e rispettato l’unico vero magistero della Chiesa e anche perché ho una diretta responsabilità pastorale nei confronti degli altri fedeli.


Ritengo lecito, anzi doveroso mettere in guardia i cattolici dai cattivi maestri e dai falsi profeti,
tra i quali va annoverato indubbiamente Bianchi: non malgrado ma proprio a causa della sua grande popolarità tra credenti e non credenti. Un sacerdote in cura d’anime deve fare quel poco che può per contrastare lo smarrimento delle coscienze e la perdita del  criterio di fede nel popolo di Dio. Se non ho voluto riconoscere a Bianchi la qualifica di autorevole teologo, di interprete affidabile della Scrittura e di “voce” dello Spirito che guida la Chiesa verso la riforma è perché questi titoli, nella Chiesa così com’è,  sono oggettivamente abusivi. Per di più, quello che da anni Bianchi va insegnando è, sia nel merito che nel metodo, cattiva dottrina e falsa spiritualità.

Egli non fa quello che deve fare ogni fedele impegnato nell’evangelizzazione, ossia divulgare in forma adeguata ai tempi e al pubblico la dottrina dogmatica e morale e le direttive pastorali che sono patrimonio comune dei credenti perché garantite dal Magistero: no, egli si ispira alle teorie di Hans Küng, che sono in aperto contrasto con la dottrina del magistero ecclesiastico, sia solenne che ordinario.
Se dunque ho tentato di dissuadere qualcuno (quei pochi cui riesco ad arrivare con i mezzi poveri di cui dispongo, che non sono nulla di fronte ai mezzi ricchissimi di cui dispone lui) dar dar credito a chi asserisce di essere guidato dallo Spirito (quale?) per  promuovere una riforma della Chiesa cattolica così radicale da renderla totalmente omologabile alle altre comunità cristiane è perché so bene che questa riforma di stampo luterano non potrebbe mai realizzarsi se non a prezzo della rinuncia (esplicita o sottintesa) all’integrità del dogma, con l’abolizione del Magistero che ne è garante. Quindi, in davanti a Dio e all’autorità ecclesiastica, so di dover fare qualcosa  - quel poco che posso -  per ri-orientare l’opinione pubblica cattolica verso l’unica fede: la fede che salva, la fede della Chiesa, formalizzata nei dogmi.

Ciò comporta, inevitabilmente, qualche accenno polemico a chi propaga dottrine erronee, ossia eretiche (la prima delle quali è andare dicendo che la preoccupazione per il dogma è una fissazione di epoche passate e che oggi non si deve più parlare di “eresie” m a solo di “diversità”). Inoltre, non si può non fare qualche chiara distinzione tra il dogma e le opinioni che sono legittime ma non si possono imporre a tutti i fedeli come se fossero dei dogmi della fede.
Polemiche e distinzioni che io ho sempre mantenuto nei termini della correttezza formale e della carità sostanziale, ricordando quello che insegna uno dei più illustri Padri della Chiesa: «Gli uomini santi, pur se torchiati dalle prove, sanno sopportare i nemici che li percuotono e, nello stesso tempo, tener fronte ai fratelli  che li vogliono trascinare nell’errore. Contro quelli alzano lo scudo della pazienza, contro questi impugnano le armi della verità. […] All’interno [della Chiesa] correggono le distorsioni della sana dottrina con ragionamenti illuminati dalla fede; all’esterno [della Chiesa] sanno sostenere virilmente ogni persecuzione. Correggono i fratelli insegnando loro la verità, sconfiggono i nemici sopportandoli» (san Gregorio Magno, Commento sul libro di Giobbe, 3, 39: PL vol. 75, p. 619).
Questi sono i motivi per cui penso di non dovermi rimproverare alcuna mancanza di giustizia o di carità nei confronti di Enzo Bianchi per il fatto di aver messo in rete delle osservazioni critiche sulla sua predicazione. Io contro il priore di Bose non ho nulla di personale, ma non gli posso riconoscere alcuna autorevolezza dottrinale quando esalta Hans Küng e critica i papi che non hanno accolto le sue proposte. So bene che molti nella Chiesa considerano Bianchi un vero maestro di spiritualità e una guida per la nuova evangelizzazione, ma io sono convinto di avere il diritto di dissentire. Posso comprendere i motivi dello straordinario trattamento di favore che molti vescovi riservano a lui e alle sue idee, ma non capisco perché egli si ostini con tutti i mezzi, compreso il ricorso al tribunale dello Stato, a impedire che sia messa in discussione la sua fama. Quale legge divina o umana gli conferisce il diritto di perseguire legalmente chiunque non lo riconosca come profeta dei nuovi tempi della Chiesa? Qualsiasi risposta a questa domanda non può che tener conto delle norme  morali e giuridiche che regolano i rapporti intra-ecclesiali, il che significa che si tratta di una materia esclusivamente teologica. Non vedo quale competenza potrebbe avere un’autorità civile in una controversia del genere.
In realtà, questo goffo tentativo di criminalizzarmi nasconde la certezza, da parte di Bianchi, di poter contare sul sostegno efficace dei “poteri forti”, ossia da quei media (i grandi giornali come La Stampa e La Repubblica, e quasi tutte le reti Rai) e quindi anche i loro tradizionali alleati in seno alla magistratura. Tutti sappiamo come i diritti dei singoli e delle comunità civili, i rapporti istituzionali, l’istituto naturale della famiglia e le stesse leggi biologiche possono essere oggetto di “creatività” da parte di certi giudici, i quali non esitano a inventare reati che non esistono nei codici qualora ritengono che una qualche “giusta causa” (il progresso civile, la riforma dei costumi  o la rivoluzione culturale) lo richiede. D’altronde, se gli intellettuali non cattolici più influenti (un giornalista come Eugenio Scalfari, filosofi come Gianni Vattimo, Paolo Flores d’Arcais e Massimo Cacciari, epistemologi come Giulio Giorello e Piergiorgio Odifreddi) intervengono sempre (e sempre a senso unico) nella dialettica interna alla vita della Chiesa, è perché fanno parte anch’essi dell’ala militante del grande partito del progressismo laicistico.

Questo partito mira esplicitamente alla dissoluzione della Chiesa cattolica in una religione universale nella quale si riconoscerebbe anche la
Massoneria, che da sempre auspica l’avvento  di un nuovo ordine mondiale a carattere (nominalmente) etico a mondiale (la Weltethik propugnata da  Hans Küng). Per questo progetto politico l’ala militante del progressismo laicistico lotta a fianco dell’ala militante del progressismo laicistico, dai “teologi del dissenso” a ecclesiastici di rilievo come il cardinale Martini.

Bianchi è una pedina tra le tante in questo scacchiere di lotta ideologica, dove l’avversario comune a laicisti e cattolici progressisti è lo sparuto gruppetto dei teologi e degli intellettuali cosiddetti “conservatori” o “tradizionalisti”, comprese le loro frequentazioni politiche di destra.   
Ora, io mi sento a disagio nel vedermi coinvolto in questa lotta ideologica.  Le testate giornalistiche online che hanno accolto i miei articoli su Bianchi ospitano anche indagini sociologiche e opinioni politiche assolutamente legittime ma estranee al mio impegno apostolico, che si limita a ciò che si può affermare con certezza di verità – ossia con rigore propriamente scientifico - riguardo alla rivelazione divina, che la Chiesa custodisce, trasmette e interpreta infallibilmente.
Questo appunto è lo scopo statutario dell’
Unione apostolica per la difesa scientifica della verità cattolica che ho fondato; questo è il senso e il valore dei lavori scientifici che sono andato pubblicando negli ultimi decenni

  • «Dogma e Magistero dopo il “caso Küng”», in Studi cattolici, 24, 1980, pp. 171-177;

  • «Il metodo teologico di Karl Rahner. Una critica del punto di vista epistemologico», in Fides catholica, 2, 2007, pp. 269-27;

  • L’immaginazione poetica come ermeneutica teologica, Introduzione a François Livi, Dante e la teologia.

  • L’immaginazione poetica nella “Divina Commedia” come interpretazione del dogma, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2008, pp. 5-24;

  • Il metodo teologico di Karl Rahner. Una critica del punto di vista epistemologico, in Karl Rahner. Un’analisi critica. La figura, l’opera e la recezione teologica di Karl Rahner (1904-1984), a cura di Serafino M. Lanzetta, Cantagalli, Siena 2009, pp. 13-17;

  • Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca”filosofia religiosa”, seconda edizione aumentata, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012, pp. 340;  

  • «Vera e falsa teologia. L’esigenza del rigore epistemologico», in  Fides Catholica, 7, 2012, n . 2, pp. 95-107;

  • «Applicazione dei procedimenti della logica aletica alla teologia e determinazione delle condizioni essenziali per l’ammissibilità delle ipotesi teologiche di interpretazione del dogma», in  Divinitas, 61, 2013, n. 2, pp. 5-19; 167-178;

  • «Qualche chiarimento, in dialogo con estimatori e critici», in La verità in teologia. Discussioni di logica aletica a partire da “Vera e falsa teologia” diu Anonio Livi, a cura di Marco Bracchi e Giovanni Covino, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012, pp. 167-185).  


Non mi sono mai presentato come esponente di scuole teologiche particolari o di particolari orientamenti dottrinali, come possono essere quelli denominati “tradizionalisti”.

Non permetto che mi si qualifichi come “cattolico tradizionalista”, perché mi sento e sono semplicemente cattolico. Amo la grande tradizione dogmatica e liturgica della Chiesa, così come accetto senza riserve ogni forma di “sviluppo omogeneo del dogma” (Marin Sola) nonché tutte le riforme pastorali che la Chiesa introduce ufficialmente nella prassi ecclesiale. Rispetto tutte le opinioni dottrinali e pastorali che risultino compatibili con il dogma, ma del dogma soltanto mi occupo quando intervengo nella dialettica teologica, affrontando sul piano strettamente logico-epistemologico il problema della validità teologica di certe interpretazioni della fede cristiana.

Non mi avventuro nel mare immenso e tumultuoso delle indagini storico-sociologiche – quelle che intendono segnalare e combattere la “crisi” della Chiesa attuale - , perché la materia è talmente complessa e in così continuo mutamento che è scientificamente impossibile avere una qualche fondata certezza riguardo alla diagnosi dei mali e quindi anche riguardo alla possibile terapia. Altri, come l’amico Massimo Introvigne, lavorano indefessamente in questo campo e producono documenti e analisi di grande interesse: ma – ripeto – il grado di opinabilità (=incertezza) di tali rilevamene sociologici è talmente alto che poi non si può argomentare in materia di fede a partire da essi. La realtà soprannaturale della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, è per noi viatores un vero e proprio “mistero della fede”, una realtà che solo Dio conosce davvero: quel poco che a noi Dio ha rivelato (i dogmi e i comandamenti divini) è sufficiente perché ciascuno di noi si avvii e prosegua nella strada della salvezza propria e altrui.
Senza ricevere, dagli autori da me criticati, se non un imbarazzato silenzio,


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