28.01.2016 Ragione e fede nella difesa della famiglia naturale - Fidesetratio

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2015
 Ragione e fede
nella difesa sociale della famiglia naturale
di Antonio Livi
 
Il 20 gennaio scorso ho partecipato a Verona a un convegno organizzato dal Circolo Culturale “Nicolò Stenone” per dibattere il tema della “Dittatura del relativismo” in relazione con la discussione sui cosiddetti “diritti civili” che da anni sono reclamati dalle organizzazioni omosessuali e che un progetto di legge attualmente all’esame del Parlamento intende riconoscere. Prima del mio intervento il tema del relativismo morale è stato trattato con grande competenza dal prof. Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale sulla dottrina sociale della Chiesa.
 
 Al termine delle due relazioni, il presidente del convegno, dottor Alberto Zelger, ha colto l’occasione per incoraggiare il numeroso pubblico presente a partecipare al “Family Day”, la grande manifestazione di piazza in favore della famiglia che deve svolgersi a Roma il 30 gennaio. Riguardo a tale manifestazione, ricordo che il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, l’ha pubblicamente apprezzata e sostenuta come possibile, anzi doverosa iniziativa popolare a favore della famiglia naturale e contro la legalizzazione della convivenza omosessuali. Successivamente, monsignor Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, ha pubblicato un articolo sulla Nuova Bussola Quotidiana con il quale chiarisce molto opportunamente quali siano le ragioni teologiche la necessità di un impegno di tutti i cristiani, soprattutto dei laici, nella vita sociale e in particolare nel campo del diritto di famiglia. Monsignor Negri ha contestato l’ideologia del disimpegno dei cattolici in nome di una inconsistente “scelta religiosa”, e ha scritto, tra l’altro:   
 
«Nel dibattito che caratterizza questo momento della vita ecclesiale e sociale italiana attorno al disegno di legge sul riconoscimento delle unioni civili, e sulla possibilità di adottare figli da parte delle coppie omosessuali, si stanno profilando soprattutto in campo cattolico alcuni elementi che ripropongono in modo artificioso una situazione culturale che si pensava fosse stata definitivamente superata. Ricompare il dualismo. Dualismo fra l’esperienza della fede ridotta a impegno della coscienza personale privata, caratterizzata da espressioni di autentica spiritualità; e l’impegno culturale, sociale e politico che non si collega strutturalmente alla fede, ma risponde ad una logica mondana che ha una sua consistenza, una sua dignità. Questo dualismo tra fede e cultura, tra fede e impegno culturale, sociale e politico, ha rappresentato il più grosso handicap per la vita della Chiesa - almeno quella italiana, che conosco più direttamente – grosso modo dal Concilio Ecumenico Vaticano II fino all’inizio del pontificato di san Giovanni Paolo II. Questa tendenziale separazione fra la vita di fede personale e l’impegno culturale sociale e politico ha fatto sì che la Chiesa sostanzialmente rischiasse di autoemarginarsi dalla vita della società. Ritorna dunque questo dualismo per cui il problema di fronte alla vicenda politica attuale non sembra essere quello di contestare nei modi possibili l’approvazione di questa legge, che è evidentemente negativa nei confronti della struttura stessa della vita sociale, ma quello di comprendere personalmente le ragioni che stanno alla base di questo disegno di legge, immedesimandosi per quanto è possibile con i desideri umani che sostengono poi il cammino socio-politico. Ora è qui che secondo me avviene un ritorno a una situazione che è già stata portata a maturazione e superata da Giovanni Paolo e Benedetto. L’esperienza della fede è un’esperienza che unifica la persona e tale unificazione diviene matura nella misura in cui la persona partecipa alla vita e all’esperienza ecclesiale. Non sono due logiche diverse e contrapposte. La fede è un fatto eminentemente personale che tende per sua forza a investire la vita personale, i rapporti fondamentali che la persona ha, fino all’impegno nelle vicende e nelle situazioni socio-politiche. […]. In questo momento lo stesso impeto che apre la nostra vita personale ai nostri fratelli uomini, ci deve costringere ad essere presenti nell’ambito specifico della vita politica e addirittura nel tentativo di entrare in maniera positiva nel dibattito parlamentare. Ed è la stessa logica di fede e di missione che caratterizza la vita di carità personale, che impone a una minoranza come quella cattolica, priva ormai di effettive rappresentanze parlamentari, se non in numero ridotto, di farsi presente attraverso uno strumento - la manifestazione pubblica - che la vita sociale e politica attuale considera una autentica e correttissima forma di pressione. Dire che l’uomo di fede deve ridursi agli impegni della coscienza personale, della cosiddetta testimonianza privata, tralasciando tutto quel che riguarda l’impegno a giudicare dal punto di vista della fede e a intervenire dal punto di vista della cultura che nasce dalla fede nelle questioni significative della vita culturale e sociale, è una posizione che è di certa parte della Chiesa cattolica nei decenni scorsi, ma che oggi può essere assunta tanto in quanto si pretende di eliminare l’insegnamento del magistero della Chiesa lungo tutto i grandi momenti della Dottrina sociale nel XIX e XX secolo e soprattutto nel magistero morale, sociale e politico di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI».
 
Sono parole, queste di monsignor Negri, assolutamente opportune e interamente condivisibili. Io aggiungo qui solo una considerazione che ovviamente non le smentisce ma le colloca in un contesto di verità più ampio, il contesto della logica aletica, che è quello che a me sta a cuore come presidente dell’Unione apostolica “Fides et ratio”. Il dotto e coraggioso prelato parla giustamente di “testimonianza di fede” da parte dei cristiani, in quanto uomini che credono alla verità della Rivelazione e alla dottrina della Chiesa, anche in campo economico e sociale. Ma la fede dei cristiani – come insegna san Giovanni Paolo II con l’enciclica Fides et ratio - parte da premesse di verità naturale (i “praeambula fidei”), quali sono innanzitutto l’evidenza assoluta che tutto dipende all’amore di Dio, creatore del mondo e autore della legge morale naturale.
Di conseguenza, quando i cristiani difendono la famiglia naturale contro le aberrazioni dell’omosessualismo, essi, prima ancora di testimoniare la loro fedeltà alla dottrina cattolica, voglio e possono testimoniare la loro fedeltà alla propria coscienza, dove i principi della legge naturale sono logicamente sempre presenti, sia pure offuscati momentaneamente dalle menzogne del relativismo morale. Di conseguenza, quando i cristiani argomentano contro l’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio naturale, le loro ragioni non sono fideistiche ma sono innanzitutto ragioni di diritto naturale, ossia ragioni che sono necessariamente comprensibili da parte di tutti e anche condivisibili da parte di chiunque segua sinceramente ed onestamente la propria coscienza. Per questo, un magistrato italiano molto autorevole, presidente aggiunto onorario della Corte di Cassazione, argomentando contro il disegno di legge Cirinnà da mero giurista (senza introdurre nel discorso argomenti di fede) ha scritto su un quotidiano nazionale:
 
 
«Sono due gli aspetti su cui occorre riflettere prima di cedere al riconoscimento di “diritti” che non esistono per legge di natura: il “diritto” al matrimonio e il “diritto” ad avere un figlio. Ammettere un partner alla pensione di riversibilità significa introdurre un onere per la finanza pubblica, dimenticando che la riversibilità è stata introdotta a tutela delle donne che sceglievano di rimanere a casa ed occuparsi delle crescita dei propri figli: persone quindi meritevoli di tutela dopo la morte del proprio coniuge. Ammettere il “diritto” all’adozione […] significa dimenticare un dato di fondo, consacrato nel 2006 con la legge sull’affido condiviso, votata dal Parlamento con maggioranza trasversale: i figli, per crescere in maniera equilibrata, hanno bisogno di due genitori di sesso diverso, di una papà e di una mamma in grado di dialogare tra lor persino dopo la separazione e il divorzio. Evitiamo quindi di dividerci in progressisti e conservatori e cerchiamo invece di non innescare effetti di gran lunga peggiori (utero in affitto su tutti) per soddisfare desideri di genitorialità improponibili per natura» (Bruno Ferraro, «Il no alle nozze gay è in Costituzione. E snaturarla è da folli», in Libero, 26 gennaio 2016, p. 7).
 
Certamente, fare appello nella discussione pubblica alla retta ragione e al diritto naturale invece che alle indicazioni di magistero ecclesiastico non significa che queste ultime vengano ignorate: significa anzi il contrario, e cioè che il magistero ecclesiastico, quando di tratta di questioni di diritto naturale, prima ancora i riferirsi alla rivelazione soprannaturale si riferisce alla rivelazione naturale, accessibile (come insegna san Paolo nella Lettera ai Romani) a ogni coscienza umana onesta. Infatti, il documento ecclesiastico in materia, intitolato Considerazione circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali ed emanato nel 2003 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e approvato esplicitamente da san Giovanni Paolo II, indica quale deve essere l’iniziativa politica dei cattolici nei confronti di uno Stato che con le sue leggi tolleri l’esistenza di convivenze omosessuali senza però riconoscerne la legittimità, come se esprimessero un vero e proprio diritto individuale conforme al diritto naturale; i cattolici debbono «smascherare l’uso strumentale o ideologico che si può fare di questa tolleranza; affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione; richiamare lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica e, soprattutto, che non espongano le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso» (§ 5). Quando invece si tratti di uno Stato che dalla pura tolleranza passa al riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, allora «è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva». Poi il documento, per spiegare i motivi per cui è doveroso peri cittadini cattolici opporsi ad ogni forma di riconoscimento di unioni omosessuali, afferma che essi si debbono riferire alla legge naturale: «Le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell’istituzione matrimoniale, all’unione tra due persone dello stesso sesso», tanto che il riconoscerle «finirebbe per comportare modificazioni dell’intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune» (§ 6). Infatti, le unioni omosessuali «non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana», né hanno in sé la caratteristica dell’amore complementare coniugale, e inoltre «l’assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all’interno di queste unioni» (§ 7). E dunque «tali unioni sono nocive per il retto sviluppo della società umana, soprattutto se aumentasse la loro incidenza effettiva sul tessuto sociale» (§ 8). Di conseguenza, i cittadini cattolici hanno validi motivi civili e democratici per sostenere in campo politico che le unioni omosessuali «non esigono una specifica attenzione da parte dell’ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune» (§ 9) e perciò «tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali» (§ 10); «Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità» (§ 11).
 

Il legame logico che collega le ragioni naturali con quelle soprannaturali è stato messo bene in evidenza da Stefano Fontana nel convegno di Verona. La sua tesi – contraria a ogni atteggiamento clericale, che poi finisce per sacrificare la verità insegnata dal Magistero sull’altare degli accordi politici e dei compromessi ideologici - l’ho poi ritrovata nuovamente esposta in un articolo recente sul web, dove si spiega che le unioni omosessuali
 
«non possono essere riconosciute giuridicamente dallo Stato, perché intrinsecamente disordinate e contrarie al bene comune, ossia dannose per la comunità. Possono essere tollerate come comportanti privati, ma non possono avere il sigillo dell’autorità politica perché questo le proporrebbe pubblicamente come esemplari e utili. Il riconoscimento delle unioni civili omosessuali comporta il riconoscimento pubblico del valore dell’omosessualità in ordine al bene comune, il che è contrario sia alla legge naturale che a quella divina. […] Per quanto riguarda l’argomento del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto e delle unioni civili omosessuali i documenti magisteriali di riferimento immediato sono due: Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle persone omosessuali della Congregazione per la dottrina della fede (2003) e con la Nota del Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio  e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto (2007). Ambedue questi documenti negano, per motivi razionali connessi con i principi della legge morale naturale, e per motivi di fede relativi alla rivelazione di Nostro Signore, che una unione di fatto eterosessuale e, a maggior ragione, una omosessuale possano ricevere un riconoscimento giuridico e quindi venire trasformati da fatto privato in fatto di rilevanza pubblica, meritevole di sostegno e promozione da parte della comunità e dell’autorità» (www.lanuovbq), .
 
 
 
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