5/4/18 L'INFERNO DEI LAICISTI Scalfar/Bergoglio - Fidesetratio

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2018 > FRANCESCA PANNUTI
Dr.ssa Francesca Pannuti. 5 Aprile 2018.
L’affermazione, pubblicata il 29 marzo scorso su Repubblica, che, come è stato accertato, è da attribuirsi ad Eugenio Scalfari, secondo cui «quelle (anime) che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici», è sorprendente.

Stupisce, infatti, che chi, come lui, si dichiara “laico”, utilizzando così un termine squisitamente ecclesiastico, che sta ad indicare ogni membro del “popolo di Dio” che non sia Ministro ordinato, contraddica, in questa affermazione, quanto il laicissimo Socrate dichiarava numerosi secoli fa, nel 399 a.C. Il filosofo ateniese, infatti, non può essere considerato se non “laico” nel vero senso della parola, sia perché non era propriamente un sacerdote, sia perché non poteva essere cristiano, perché non conosceva Cristo. Come tale, dunque, egli ha sempre elaborato le sue riflessioni a partire dalla sola ragione, quella stessa che i laicisti (coloro che oltre ad essere laici, perché non sacerdoti, abusano della “ragione” per elaborare teorie che derivano dai loro desideri e non da argomenti fondati sulla verità) portano come solo supporto delle loro conclusioni.

E proprio in quanto “laico”, nel senso spiegato prima, Socrate giunse a conclusioni diametralmente opposte a quelle enunciate qui da Scalfari, come ho ampiamente dimostrato nel mio Socrate, la morte di un laico e altri saggi, Aracne ed., Roma 2009. Durante i colloqui che il filosofo ateniese intrattenne con i suoi discepoli, nelle ore che precedettero la sua morte, egli manifestò con ampiezza di particolari la sua concezione dell’anima e della sopravvivenza dopo la morte, riguardo alla quale egli era certo, sulla base dei suoi ragionamenti e della consapevolezza religiosa che lo ha sempre accompagnato.

Il rammarico che espresse in quell’occasione era che le sue considerazioni si dovevano appoggiare solo sull’unico sostegno valido che egli aveva sempre avuto: la ragione, che egli utilizzava in pieno, allo scopo di svolgere “la traversata del mare della vita”. Socrate, infatti, raccomandava ai suoi discepoli di non tralasciare nessun approfondimento razionale della verità, «a meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida nave, cioè affidandosi ad una rivelazione divina» (Platone, Fedone, n. 85 c, d).

Ed era proprio questa che egli, con la sua ragione ben formata, attendeva con ansia. Essa sarebbe arrivata dopo vari secoli a confermare tanti aspetti già lucidamente intravisti da lui. Tra questi la chiara consapevolezza che dopo la morte c’è un giudizio operato da dei giusti, così che le anime che sono vissute “in grande santità” (mi avvalgo della traduzione del Reale) avranno il premio per le loro azioni in una “vera terra”, in cui vivranno felicemente in “comunione” (sunousía) con dei buoni e giusti, in compagnia degli uomini grandi della storia. Coloro, invece, che hanno commesso colpe insanabili, «perché hanno compiuto molti e gravi sacrilegi o iniqui delitti contro le leggi o altre azioni nefande del tipo di queste; ebbene, costoro, il giusto destino che a loro conviene scaglia nel Tartaro, di dove non ritorneranno mai più» (ivi, n. 113 e).

Il filosofo ateniese, dunque, era persuaso della necessità della pena in quel luogo chiamato Tartaro, il cui nome deriva dal termine greco “tarásso”, “spavento”. Infatti egli comprende bene che «se la morte fosse totale liberazione da tutto, sarebbe un bel guadagno davvero per i malvagi liberarsi, quando muoiono, dal corpo, e, nello stesso tempo, liberarsi, insieme con l’anima, anche delle loro malvagità» (ivi, n. 107 c). «Ma ora, dal momento che ci è risultato che l’anima è immortale, non le rimane nessun altro modo per sottrarsi ai mali e salvarsi, se non diventare buona e sapiente quanto più è possibile» (ivi, n. 107 d).
Essa, infatti, morendo, si porta dietro solo la sua “formazione spirituale” (paideía) e il “modo in cui ha vissuto”. «Bisogna fare ogni cosa per essere virtuosi e saggi nella vita, - concluse Socrate - perché bello è il premio e grande la speranza» (ivi, n. 114 c).  

Ecco, dunque, il grande inganno del mondo laicista, quello di volersi scaricare dalle responsabilità della propria vita, illudendo, nel contempo, anche gli altri che le perversioni che propone non avranno conseguenze. Occorre, pertanto, ricordare con forza che esso è stato abilmente smascherato più di 2000 anni fa da un semplice “laico”, che con la sola ragione, cercava di persuadere i suoi concittadini che “Dio ha ragione”, come dichiara nell’Apologia.

Quel dio che attraverso l’oracolo di Delfi, affermò che non c’è nessuno più sapiente di Socrate, il quale affermava che la sapienza umana è nulla se non fà riferimento a Dio, che, unico, è sapiente.

Il filosofo ateniese svelò così la pretesa dell’insipienza umana di fare a meno di Dio con il recondito scopo di liberarsi dalla responsabilità delle proprie azioni. L’ideologia laicista, molto simile all’impostazione dell’“inquisizione” ateniese che condannò Socrate, ha lavorato sottilmente non solo nello smantellamento della nostra fede, la quale conferma, purifica ed eleva la ragione alle realtà soprannaturali, ma anche nell’opporsi a quest’ultima, per costruire un uomo tutto dedito al soddisfacimento delle sue tiranniche voglie fino al punto di negare la propria natura spirituale, razionale, capace di Dio e del Bene.

Una volontà di potenza, questa, che arriva a presumere di non dover essere giudicata da nessuno. Né dalla propria ragione in vita, né da Dio nell’eternità.
Ecco come Scalfari è arrivato a contraddire il suo presunto essere “laico”.


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