8 12 14 Difesa teologica - Fidesetratio

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Per “Difesa scientifica della verità cattolica”
noi intendiamo una valutazione esclusivamente teologica
degli eventi e delle idee che riguardano la vita della Chiesa,
senza riduzionismi sociologici o faziosità ideologiche
Mons.Prof. Antonio Livi

Nel dare un nome alla mia Unione Apostolica ho adottato a bella posta la dizione “difesa scientifica” perché non intendevo limitarmi a valutazioni superficiali o approssimative, e tanto meno a opinioni infondate, frutto del fanatismo ideologico, nel quale prevalgono inevitabilmente gli interessi di parte. Di valutazioni superficiali o approssimative, e di opinioni infondate è pieno, purtroppo, il panorama delle discussioni all’interno della Chiesa cattolica e intorno ad essa. Sono interventi dettati talvolta da buone intenzioni ma che comunque risultano sempre dannosi alla fede cattolica, perché disorientano invece di orientare. Infatti, per parlare della realtà storica di quella realtà soprannaturale che è la Chiesa di Cristo occorre essere provvisti degli strumenti adeguati, ossia della conoscenza certa dei principi fondamentali che costituiscono la logica della Rivelazione (1), dalla quale deriva la logica della fede, che altro non è se non la consapevole e libera accettazione della verità rivelata da Dio e custodita infallibilmente dalla Chiesa (2). In altri termini, per parlare della realtà storica della Chiesa di Cristo occorre essere capaci di osservare, di valutare e di commentare gli eventi e i discorsi che la riguardano con gli “occhi della fede” e con rigore logico. La fede più la logica, ossia la fede che usa la logica per distinguere adeguatamente ciò che appartiene alla fede (e quindi va considerato come vera e propria Parola di Dio) da ciò che invece appartiene alla sapienza umana o a mere congetture prive ad alcun valore scientifico. Queste necessarie distinzioni sono prerogativa di un pensiero autenticamente scientifico e appartengono al sapere teologico, perché la teologia è proprio la scienza della fede” (3).

Questa è la ragione per la quale l’Unione apostolica interviene nell’attualità ecclesiale con considerazioni dettate da criteri esclusivamente teologici, senza mai limitarsi a valutare gli eventi con categorie meramente sociologiche o con pregiudizi ideologici. Per questo non accetto di essere catalogato tra quanti insistono, ormai da mezzo secolo, a parlare della realtà storica della Chiesa di Cristo da un punto di vista propriamente ideologico, com’è quello dei cosiddetti tradizionalisti, come anche quello dei cosiddetti progressisti. 

Le note e i commenti sull’attualità ecclesiale che sono andato pubblicando in questi anni in libri e articoli di rivista non devono essere visti come un ennesimo contributo alla polemica tra cattolici “conservatori” (o “tradizionalisti”, sia moderati che estremisti) e cattolici “progressisti” (o “riformatori”, sia moderati che estremisti). Le virgolette che ho usato per ognuna di queste etichette stanno a indicare che tali posizioni ideologiche sono qualifiche sociologiche (di sociologia della cultura e di sociologica religiosa) che alcuni si affibbiano reciprocamente in una schermaglia retorica dove scarseggia il realismo teologico e abbonda la fabulazione idealistica. In realtà nessuna di queste posizioni si trova effettivamente allo stato puro, in forma coerente e completa, in una persona singola, nella coscienza di un credente in carne e ossa che abbia a cuore le sorti della Chiesa in generale e della propri anima in particolare. Dell’irrealtà prodotta dalla visuale sociologistica delle cose della fede cattolica dirò più avanti. Ora invece voglio dire che io non intendo collocarmi da una parte o dall’altra di questa barricata virtuale e non accetto che vogliano collocarmi per forza in una posizione polemica di tipo ideologico.

Taluni mi accusano di non essere vicino ai lefebvriani e ai sedevacantisti, mentre altri mi accusano di non essere entusiasticamente “bergogliano”. Tutti pretendono che io mi schieri ufficialmente da una parte o dall’altra; e siccome io rivendico il mio sacrosanto diritto di non schierarmi affatto – e non per indifferenza ai problemi della Chiesa ma proprio perché l’amore per la Chiesa implica il massimo rispetto per quella che è la vera fede -, ecco che allora mi trovo in mezzo al fuoco incrociato dei fanatici dell’una o dell’altra parte. I progressisti amano ricorrere al vecchio ma retoricamente sempre utile ragionamento leninista in base al quale “chi non è rivoluzionario è complice della classe al potere”. In Italia si preferisce da sempre la versione gramsciana, sostenendo che ogni intellettuale deve essere «organico alla rivoluzione». Si tratta comunque di un ragionamento che, tradotto nel “politichese” di oggi, suona così: “l’equidistanza è un modo subdolo di appoggiare la parte cui segretamente si appartiene”. Invece i tradizionalisti ci accusano di essere “normalisti”, di chiudere gli occhi alla tremenda realtà della crisi che affligge la Chiesa, ragione per cui ci giudicano irresponsabili e non esitano a sbatterci in faccia i rimproveri che la Scrittura rivolge ai cattivi pastori e ai falsi profeti: «cani muti», «ciechi che guidano altri ciechi» eccetera.

Ancora una volta ripeto che non debbo e non voglio schierarmi per nessuna fazione. Sono convinto che per essere coerentemente cattolici, non è necessario essere faziosi. Anzi proprio la coerenza nella fede cattolica suggerisce di non assumere atteggiamenti e linguaggi che sono propri delle fazioni, dei partiti, delle ideologie. Le ideologie ecclesiali nuocciono all’unità della Chiesa e si oppongono alle esigenze della carità tra i suoi membri, anche quando non si costituiscono in vera e propria “setta”, del tipo di quelle sette che si formarono già ai primordi della Chiesa, come testimoniano le recriminazioni in proposito che leggiamo nelle lettere di san Paolo e in quelle di san Giovanni. Ogni ideologia con propensione a diventare “setta” si arroga l’interpretazione infallibile della verità (appellandosi alla “Tradizione” oppure allo “spirito del Concilio”, se non addirittura alle “spinte” dello Spirito Santo), ma il fanatismo non ha nulla di divino e invece è qualcosa di “umano, troppo umano”. Il fanatismo è il prodotto dalle peggiori miserie dello spirito (la presunzione, l’ambizione, l’esaltazione del gruppo di appartenenza, il particolarismo, l’esclusivismo, l’invidia sociale), miserie che la coscienza dei singoli può magari riconoscere e superare, ma che poi vengono “sublimate”, direbbe Freud, quando l’individuo si appoggia psicologicamente ad altri e si forma un esagerato “spirito di gruppo”, con il quale è facile trovare mille giustificazioni pragmatiche per le cose ingiuste che si pensano, si dicono e si fanno.

Quando invece si tratta della verità rivelata, fondamento della fede della Chiesa, la scienza esiste, ed è la teologia. E la teologia è la critica di ogni ideologia all’interno della Chiesa. E’ infatti la teologia la coscienza critica della fede cattolica, essendo basata per statuto sul presupposto della distinzione tra il dogma e l’opinione, tra verità comune a tutti i credenti e una ipotesi di interpretazione e/o di applicazione pastorale. Solo chi esamina la realtà ecclesiale con un criterio teologico è capace di distinguere un’opinione dal dogma, e solo a partire da questa distinzione può e deve criticare qualsiasi opinione, anche legittima, che voglia spacciarsi per verità assoluta, identificandosi così con il dogma. Un’opinione teologica che ignori i propri limiti deve essere criticata, perché va contro lo statuto epistemologico della teologia, assolutizzando se stessa ed escludendo le altre opinioni, anche quelle che dovrebbero essere considerate (perché lo sono) altrettanto legittime. In un saggio pubblicato un paio di anni or sono dicevo che un grave peccato contro la fede comune è appunto quello che tante scuole teologiche hanno fatto, nella storia della Chiesa, assolutizzando la propria posizione e “scomunicando” quelli che ne sostengono altre (4).

Ma si può applicare, in pratica, questo criterio così rigorosamente teologico? Certamente, è proprio quello che faccio io ricavando dalla logica della Rivelazione la necessaria distinzione tra dogma e opinione. Questa distinzione è classica, tant’è che ha ispirato i padri della Chiesa a formulare questo chiarissimo e utilissimo programma di dialettica ecclesiale: “In necessariis, unitas; in dubiis, libertas; in omnibus caritas!”, da me citato nel manifesto programmatico dell’Unione apostolica. Ci atteniamo a questo criterio per agire sempre come cattolici senza etichette e senza paraocchi, come cattolici davvero aperti con la mente e con il cuore a valorizzare ogni contributo che sembri utile alla comprensione della verità rivelata. Per questo io mi impegno a ricordare in ogni occasione quali siano le verità insegnate infallibilmente dalla Chiesa, ossia il dogma; poi, ogni mia ulteriore interpretazione del dogma come un’opinione teologica tra le altre, ossia come una tesi che per sua natura (come tesi teologica, appunto) deve essere rispettosa delle altre e anche accogliente riguardo alle altre. Il rigore teologico mi impedisce di “fare di tutte le erbe un fascio”, e pertanto mi guardo bene dal considerare chi parla di cose della fede come “amico” o come “nemico” solo perché appartiene a una determinata corrente teologica, a una testata giornalistica o a un certo gruppo ecclesiale, e invece adopero la logica della fede per vagliare, caso per caso, se una determinata opinione, in un determinato contesto dottrinale, è plausibile. Si tratta dunque di distinguere il dogma dall’opinione, per unire sempre nella fede comune tutti coloro che a torto vengono ritenuti (o si ritengono essi stessi) separati o emarginati o esclusi per il fatto di adottare diversi punti di vista teoretici o diversi metodi pastorali legittimi, cioè compatibili con la fede della Chiesa.

Nei ragionamenti dei tradizionalisti e dei progressisti io vedo troppa approssimazione nella raccolta dei dati e nella loro interpretazione, così come vedo troppa acqua (eventi ecclesiali) portata al proprio mulino (interessi umani, individuali o di gruppo). Io invece, come ho detto, mi guardo bene dal fare discorsi ideologici a proposito delle vicende della Chiesa, perché sulla Chiesa voglio fare solo discorsi teologici, utilizzando al servizio della fede la scienza della fede. Le critiche o il disprezzo di coloro che non comprendono le ragioni della mia “neutralità” in rapporto alla grande guerra tra fazioni non mi fanno cambiare metodo. I temi che costoro affrontano (il dogma, la pastorale, la liturgia, il concilio ecumenico, il sinodo dei vescovi, le conferenze episcopali, i teologi eccetera) certamente mi interessano, ma propiro per questo non voglio affrontarli con loro (come fazione), almeno non come loro (quando parlano come esponenti di una fazione). Loro tramutano una serie di frammenti di verità (rilevamenti storici e sociologici, per la loro stessa natura provvisori e parziali) in una visione globale delle vicende mondane, ivi comprese le vicende esteriori della Chiesa cattolica. A forza di estrapolare dai fenomeni osservati qualche teoria generale (operazione logica scorretta, perché in nessuna scienza è ammessa l’induzione illegittima), hanno creato personaggi ed eventi immaginari, che inducono l’opinione pubblica ecclesiale allo sconforto apocalittico o alla speranza messianica. Tutti ricordano le accorate riflessioni di Benedetto XVI sul “concilio del media”, un evento immaginario che ha fatto esultare per mezzo secolo i fans della grande Riforma filo-luterana e ha fatto piombare nella disperazione i fans della Tradizione dura e pura.

Attenzione: il mio rifiuto ad allinearmi con i tradizionalisti o con i progressisti non significa che disprezzo quegli “osservatori romani” che hanno voluto schierarsi da un parte o dall’altra. So bene che spesso si tratta di persone intelligenti, molto colte e animate dalle migliori intenzioni di servizio alla Chiesa. Ma io, proprio per servire efficacemente la Chiesa, preferisco trattare sempre gli argomenti teologici da un punto di vista rigorosamente teologico, e non possono condividere certi giudizi sommari che i tradizionalisti e i progressisti amano formulare sulla vita della Chiesa come tale, ritenendo di poter valutare adeguatamente il bene o il male che determinati eventi producono nel Corpo mistico di Cristo. Nelle opere di tradizionalisti e i progressisti io trovo talvolta analisi profonde e valutazioni di dettaglio condivisibili: ma vi trovo sempre anche la pretesa di una sintesi che scientificamente è impossibile e dunque è del tutto infondata. Mi domando: qual è il referente reale dei loro discorsi? Quando parlano di “Chiesa” o di “cattolicesimo” a che cosa concretamente si riferiscono? Noi uomini – dobbiamo ammetterlo se abbiamo nozioni teologiche di base - nulla sappiamo dei progetti di Dio e del suo intervento nel segreto delle coscienze di ogni uomo. Questa è una verità elementare che tutti gli autori cui mi riferisco in teoria ammettono; ma allora, perché immaginano di poter sapere come va e dove va la Chiesa come tale? Essi di fatto si limitano ad analizzare e a valutare alcune poche cose tra quelle che esteriormente appaiono nella condotta degli uomini di Chiesa, e/o nei documenti dottrinali e disciplinari, nel costume dei fedeli nelle varie parti del mondo cattolico. Sanno bene di riferirsi a poche misere evidenze empiriche, ma poi si lanciano a prospettare eventi epocali e a profetizzare una e ancora un’altra “nuova Pentecoste”, oppure a diagnosticare malattie mortali per la Chiesa, ritenendo di avere tutti i dati necessari per applicare con certezza al tempo presente le profezie dell’Apocalisse sulla “grande apostasia”. Gli uni e gli altri sono liberi di congetturare in positivo o in negativo il presente e il futuro della Chiesa, ma non certamente con la pretesa che tali fantasticherie siano certezze teologiche. Il linguaggio è certamente teologico, ma il messaggio è ideologico, non teologico. Occorre avere sempre presente che un messaggio è teologico se si può tradurre in questi precisi termini epistemici: è una cosa che ha rivelato Dio, o almeno si deduce logicamente da quello che ha rivelato. Parlare delle cose della Rivelazione “con timore e tremore” è proprio del vero credente e del vero teologo. Invece, ostentare una sicurezza senza fondamento scientifico alcuno è quello che si fa in ogni parte del mondo quando si parla di politica (il linguaggio della politica è sempre fatto di retorica su base sociologica) ed è quello che si fa in ambito teologico quando l’intentior profundior di chi tratta i problemi della Chiesa è ideologica più che teologica. 

Ecco allora che spetta alla teologia, per un dovere di chiarezza nei confronti dell’opinione pubblica cattolica, prendere le distanze dall’ideologia conservatrice come da quella, progressista. I cattolici che militano in una di queste fazioni ideologiche ragionano e scrivono di argomenti ecclesiali con un linguaggio che ha senso solo nelle analisi sociologiche al servizio della dialettica politica, a cominciare dai termini più usati, come “tradizione” in opposizione e “progresso”, “conservazione” in opposizione a “riforma”, “continuità” in opposizione a “rottura”. Io invece – lo ripeto - ragiono e scrivo in termini unicamente teologici. Quando si tratta delle questioni di fondo riguardanti la vita della Chiesa, nessuno può fare un discorso serio e costruttivo - utile cioè al polo di Dio - se non attenendosi alle categorie e ai principi della scienza teologica. Parlare dei problemi attuali della Chiesa con le categorie e con i principi della scienza teologica vuol dire essere umili (perché la teologia obbliga a rispettare i limiti della comprensione umana dei misteri rivelati, rinunciando alle pretese del razionalismo) ma è l’unico modo di evitare discorsi superficiali e di rispondere alle reali esigenze dell’apostolato. Perché è l’apostolato ciò a cui noi miriamo sempre, prima con il ministero sacerdotale e poi anche con gli scritti. Ciò che ci muove e ci guida, come sacerdoti di Cristo, è sempre e solo la nostra responsabilità pastorale, il dovere di contribuire alla vita di fede delle persone con le quali entriamo in contatto direttamente o indirettamente.

Ora, il primo compito del lavoro teologico è indicare sempre, in ogni occasione e su qualsiasi argomento, quali siano gli “articuli fidei”, ossia quelle poche e certissime verità che debbono orientare il pensiero e la prassi di tutti i cattolici, a prescindere dalle libere opinioni che riguardano l’interpretazione scientifica e l’applicazione pastorale (di per sé contingente) del dogma. Per questo dicevo che il criterio teologico è l’unico capace di distinguere, nei discorsi sulle realtà ecclesiali, il dogma dall’opinione, evitando di relativizzare i dogma e assolutizzare l’opinione, come fanno le ideologie di qualsiasi tipo. Noi dunque non ci schieriamo con i conservatori o con i progressisti perché teologicamente queste denominazioni non hanno senso. Non avrebbe senso professarci “cattolici tradizionalisti” o “cattolici progressisti”, perché davanti a Dio e davanti al popolo di Dio importa solo professare la fede cattolica ed essere fedeli alla dottrina della Chiesa. Ed la fedeltà alla disciplina della Chiesa e alla sua dottrina ammette molte vie diverse, molte modalità espressive e molte declinazioni operative. Ma, l’unm necessarium, l’unica cosa che davvero conta è individuare, professare e difendere la verità della fede cattolica, che è comune a tutti e nella quale non ci possono essere divisioni, fazioni o partiti.

Certamente è lecito a tutti farsi un’opinione sulle cose che avvengono nella Chiesa e che sono discusse dai media; è del tutto legittimo esprimere dei giudizi di valore circa le attuali tendenze ecclesiali siano esse di riforma del papato in senso “sinodale” o di conservazione delle strutture tradizionali. Un cattolico può non essere convinto della riforma liturgica di Paolo VI, così come può esserne invece acceso sostenitore. Insomma, un cattolico ha il diritto di pensare e di qualificarsi come conservatore o come progressista; egli ha tutto il diritto di giudicare i fatti che avvengono e le idee che circolano nella Chiesa, ma l’importante è non trasformare il giudizio su singoli fatti, verificabili e giudicabili con criteri cristiani, in un giudizio globale su persone, dottrine e istituzioni, mancando sistematicamente alla carità e alla giustizia. Soprattutto, non si può trasformare un’opinione (per sua natura ipotetica e contingente) in un sistema di pensiero apodittico. Non si può estrapolare da osservazioni empiriche di dettaglio una legge scientifica generale che travalichi ogni limite di verificabilità e ogni giustificazione epistemica. In altri termini (in termini rigorosamente logici) non si può passare da opinioni ben circoscritte nella materia e nel tempo a un’ideologia. L’ideologia è l’arma preferita della politica ma è la negazione della consapevolezza critica che regge il lavoro di ogni scienza, anche e soprattutto della scienza teologica. Sicché può succedere che una opinione, circoscritta a uno specifico tema e dunque perfettamente legittima, tanto che chiunque la esamini spassionatamente debba considerarla ammissibile e condivisibile, diventi poi, se chi la difende si mette scriteriatamente ad assolutizzarla, un’ideologia totalizzante, che genera fanatismi.

Il principio dal quale partire all’inizio di ogni ragionamento riguardante la Chiesa - per poi ripartire ogni volta che le cose si complicano e manca la chiarezza - è questo: bisogna mantenere sempre quello che per grazia di Dio noi cristiani abbiamo come criterio teologico assolutamente certo, ossia che «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità». Ma la conoscenza della verità rivelata, fede che ci salva, non è mai la fede “soggettiva” (luterana, modernista), una verità che possa essere arbitrariamente inventata da qualcuno: è sempre e solo la fede professata dalla Chiesa, ossia il dogma. Nel dogma (il Simbolo degli Apostoli o il Simbolo Niceno-costantinopolitano, ossia il Credo che recitiamo la domenica nella santa messa) noi tutti ci riconosciamo pienamente d’accordo e siamo perfettamente uniti. Poi, a partire dal dogma, sono possibili e di fatto storicamente si producono molte interpretazioni teoretiche e applicazioni pratiche. Tali interpretazioni e applicazioni sono sempre legittime e anche utili alla vita della Chiesa se restano assolutamente fedeli al dogma dal quale partono, altrimenti si tratta di corruzione della vera fede (eterodossia) o di deviazione dalla retta via indicata da Cristo (scisma). La distinzione concettuale tra dogma e opinione teologica, tra verità indiscutibile e ipotesi ammissibile, è ardua ma necessaria, e a illustrarla in termini rigorosamente scientifici ho dedicato il mio trattato su Vera e falsa teologia, che i credenti avvezzi a leggere i quotidiani e le riviste “cattoliche” più che i testi di studio hanno volutamente ignorato, mentre i teologi che in quel libro ho criticato hanno cercato in tutti i modi di toglierlo dalla circolazione (4).

Faccio notare, per chiarire ulteriormente ciò che distingue l’approccio teologico all’approccio ideologico alla vita della Chiesa, che le ideologie ecclesiali di ogni tipo (dagli estremi del tradizionalismo anti-conciliarista e del progressismo conciliarista riformatore, alle tante posizioni che si presentano come “moderate”, come una “terza via”) si basano volentieri su rilevamenti sociologici, addirittura ai dati statistici. E quanto più gli argomenti sono di questo genere, tanto più il criterio autenticamente ecclesiale viene offuscato. Io vorrei richiamare l’attenzione di chi parla e scrive di problemi ecclesiali su quanto sia inutile, quando non è proprio dannoso, l’approccio sociologico alla vita della Chiesa, perché qualunque considerazione che si basi sui dati (empirici o scientifici) della sociologia religiosa non riesce a toccare nemmeno superficialmente la realtà effettiva della vita della Chiesa. La Chiesa, infatti, è un mistero soprannaturale; della sua vita reale, ossia della grazia che santifica e salva le singole anime nella concretezza della storia umana, noi non possiamo sapere nulla e ci dobbiamo accontentare delle verità meta-storiche che Dio stesso ci ha rivelato. Non posiamo sapere con certezza, al di là delle apparenze che sono sempre ingannevoli, chi appartenga effettivamente, in questo momento, al corpo mistico di Cristo è la Chiesa, così come non possiamo pretendere di sapere quali siano concretamente i piani della Provvidenza che la governa realmente, «volgendo ogni cosa al bene di coloro che amano Dio», come è scritto nella Lettera ai Romani. Di ciò che realmente è un bene o un male nella vita della Chiesa noi credenti abbiamo solo qualche indizio attraverso la fede nella rivelazione divina, e poi qualche verifica sperimentale nell’esame della propria coscienza (cioè nell’esperienza mistica, anche ordinaria, che consente al credente di rilevare, alla luce della fede, gli effetti sensibili dell’azione invisibile della grazia divina), come pure nell’esperienza pastorale (cioè nei risultati visibili dell’azione apostolica volta all’incremento della fede del prossimo). Il progresso o l’involuzione dei quali parlano tanto, in chiave sociologica, i progressisti e i conservatori sono tutt’al più ipotesi degne di rispetto – nel caso che le intenzioni siano davvero buone – ma non sono mai da prendere troppo sul serio, perché – ripeto – mancano di serietà scientifica, osservano solo i fenomeni di massa, giudicano situazioni che non possono valutare in profondità, nella concretezza esistenziale della vita cristiana, dove si combatte la quotidiana battaglia tra la grazia e il peccato. 

Anche per i progressisti e i conservatori, chiusi nei loro schemi ideologici, vale l’ammonimento dello Spirito Santo per bocca dell’Apostolo: «Parlano di ciò che non conoscono». Io, ben sapendo che come cristiano devo parlare solo di ciò che conosco, non mi faccio  portavoce di quei profeti tristi che annunciano uno scisma imminente, e nemmeno di quei profeti ilari che annunciano l’avvento del Regno attraverso una nuova Chiesa “ecumenica e sinodale”. Noi ci dedichiamo a ricordare a tutti che la sociologia religiosa e la politica ecclesiastica forniscono dati di scarso interesse per la vita cristiana dei singoli fedeli, ai quali va annunciato, in ogni epoca e in ogni circostanza socio-politica, la verità del Vangelo sine glossa, come diceva san Francesco. O meglio, con tutte le glosse necessarie per poter distinguere quello che è l’essenziale (il dogma) da quello che è accidentale (le opinioni teologiche). 

Il riferimento costante di ogni discorso propriamente teologico non sono i movimenti delle masse anonime rilevabili sociologicamente: è la vita di fede di ogni singola persona, direttamente o indirettamente raggiungibile con il messaggio, la quale deve accogliere nel suo cuore la verità rivelata, che è la sola speranza di salvezza. Per questo ogni discorso propriamente teologico si deve basare sempre e solo sul dogma, sulla dottrina certa della Chiesa che si esprime in enunciati formali (le formule dogmatiche), che non danno adito a dubbi e non sono suscettibili di interpretazioni contraddittorie. Grazie a Dio, per quanto possano essere o sembrare sconcertanti le vicende ecclesiastiche degli ultimi decenni, tutti noi cattolici continuiamo ad avere come punto di riferimento certissimo e attualissimo il dogma, elaborato dalla tradizione ecclesiastica con un’evoluzione omogenea che parte dagli Apostoli e arriva fino all’ultimo concilio ecumenico; un dogma che tutti possono trovare chiaramente esposto e opportunamente sintetizzato nel Catechismo della Chiesa cattolica, che è uno dei meriti storici del papa che lo ha voluto (san Giovanni Paolo II). A chi dice stoltamente che esso è “superato” ( se ne rallegra o se ne affligge) va ricordato che si tratta di un documento del magistero post-conciliare che non è stato abrogato da alcun atto ufficiale del magistero stesso, né mai può esserlo. 

La Chiesa è di Cristo, ricordava Benedetto XVI nel momento di rinunciare al ministero petrino, e per questo essa è indefettibile, ossia non potrà mai soccombere alle “porte degli inferi”. Sarà sempre mater et magistra. Ne siamo certi perché lo ha detto Lui, non perché lo abbiamo sentito dire da un qualche teologo, conservatore o progressista che sia.
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(1) Vedi Massimiliano Del Grosso, Logica della Rivelazione, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2008.
(2) Vedi Cfr Antonio Livi, Razionalità della fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005; 
Luigino Zarmati, La fede, esigenza naturale della persona umana, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014.
(3) Cfr Antonio Livi, Interpretazione o ri-formulazione del dogma?, in Verità della fede. Che cosa credere e a chi, a cura di Gianni Battisti, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2013, pp, 21-94.
(4) Cfr Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012. Vedi anche La verità in teologia. Discussioni di logica aletica a partire da “Vera e falsa teologia” di Antonio Livi, a cura di Marco Bracchi e Giovanni Covino, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014.




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