Articolo 25 OTTOBRE 2016 - Fidesetratio

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Chi siamo > Francesca Pannuti
L’intervistatrice, dottoressa Francesca Pannuti, ci ha inviato una sua replica, con la quale intende documentare, con altri particolari storici e dogmatici, la correttezza della dottrina esposta da Livi. Riproduciamo qui l’utilissimo scritto della Pannuti.
COSCIENZE ADDORMENTATE
di Francesca Pannutti.
Si è insistito, nella pastorale, sul fatto che il cristiano non si può fermare alla dottrina, ma deve tendere all’incontro con la Persona di Cristo. Non si ama infatti con amore intimo e totale una cosa, bensì una persona.
Ora, la dottrina, in realtà, non è altro che la stessa parola di Cristo, interpretata correttamente dalla Chiesa e da essa esposta in modo sistematico e chiaro ai fedeli, perché venga attuata nella loro vita. E ciò con l’assistenza dello Spirito santo, effuso dal Cristo sulla Sua Sposa.
Quando si vuole incontrare una persona, la prima cosa che si fa è cercarla dove essa si trova, come fecero i discepoli di Giovanni Battista quando il precursore indicò loro il Messia: andarono a casa Sua. Indiscutibilmente il Cristo si trova presso la Sua Sposa, la Chiesa, poiché Egli è fedele e non adultero. Poi, una volta trovata la persona desiderata, si ascolta in ciò che ha da dire. Se ciò non accadesse, apparirebbe subito evidente che la ricerca è piuttosto un atto di ipocrisia o un gesto di cortesia apparente.
Poiché, altresì, la Persona di Cristo è Persona divina, precisamente la seconda Persona della santissima Trinità, il Verbo eterno del Padre, ascoltare quanto Gesù ha da dirci, significa ascoltare Dio Padre e i Misteri d’Amore che Egli vuole rivelare di sé a noi.
Pertanto, vista la coincidenza tra Cristo, Verbo eterno, e la Sua Parola, non riesco a pensare che amare, ascoltare, cercare la Sua Parola non coincida con l’incontrare precisamente quella Persona. Sarebbe anche un po’ come pretendere di scindere ‘parola’ da ‘vita’ nell’ambito della manifestazione della Verità divina.
Non intendo fare indebite confusioni tra termini, ma in Dio Verità e Vita, pur distinguendosi per ragione, non sono disgiunte, tanto che la stessa Parola divina è portatrice di Vita come manifestano lo stesso “FIAT” creatore, le Parole apportatrici di miracoli, di guarigioni, la formula della Transustanziazione, tutta divina, pur pronunciata dal sacerdote in carne ed ossa. Essa, infatti, è tale che, in coloro che La accolgono, genera luce per l’intelletto, forza per la volontà, rettificazione agli affetti; insomma produce una purificazione ed una trasformazione interiore profonda e globale.
Pertanto, artificiosa diventa la separazione tra dottrina e Parola, come pure quella tra dottrina e Persona di Cristo. Certamente quest’ultima non può essere ridotta alla dottrina, ma il Suo incontro non può realizzarsi senza la conoscenza precisa di quanto Egli vuole dirci. E ciò si attua solo all’interno della Casa della Sua Sposa, la Chiesa, Corpo stesso del Crocifisso. Ecco come Verità, Corporeità, Vita, Volontà sono così strettamente connesse, pur essendo ben distinte.
Come, dunque, ci si può dire discepoli, amanti, cercatori di Cristo senza l’ascolto, la conoscenza di quanto ci è venuto a manifestare, incarnandosi? Conoscere è sempre il principio dell’amore vero. Il contrario è solo un’illusione. E’ nella conoscenza dell’altro, attraverso il principale canale di comunicazione che è la parola, che si incomincia ad interiorizzare, insieme alle parole, il cuore, la volontà dell’altra persona. Così avviene, in modo analogo, anche nell’amore di amicizia, semplicemente umano. A maggior ragione ciò si realizza nel contesto di Fede, in cui non “vediamo” il volto di Dio, ma siamo chiamati alla beatitudine, che nasce dalla comunione, propria della Fede, vale a dire il credere alla Sua Parola perché Egli è fedele e ci ama. E a questa Fede è legata la nostra stessa salvezza eterna, poiché chi non crede sarà condannato.
Ora questo dovrebbe essere per noi occidentali patrimonio ormai acquisito da secoli. E invece la confusione attuale nutre un’ignoranza che ha il volto ambiguo. Sembra che tutti, dico tutti, in tutte le sedi, dalla TV, alla radio, alla piazza, alle vignette, alle immagini stampate sulle magliette, siano legittimati a parlare di fede e di teologia, anche senza le competenze necessarie, fino a giungere agli argomenti più complessi. Però quando si tratta di temi pastorali, in particolare l’applicazione dei comandamenti o la pratica dei Sacramenti, allora sembra che improvvisamente il tema dell’ignoranza entri in campo prepotentemente, quasi che il nostro mondo ne sia affetto in modo talmente irrimediabile da impedire ai Cristiani un apostolato serio, basato sulla verità, sulla presunzione che tanto non possiamo più essere capiti da un mondo secolarizzato e, anche qualora lo fossimo, nessuno più sarebbe in grado di portare il peso di quelle che non sono altro che le severe esigenze della dottrina dell’Amore.
Si vuole ignorare che quell’Amore, che ci ha dato la vita e ha versato fino all’ultima goccia del Suo Sangue per ciascuno di noi, possa, per diritto di giustizia, esigere il contraccambio del piccolo amore della creatura, avendo nel contempo il potere di infondere in noi quello stesso Amore per mezzo del quale diventiamo capaci di adempire un dovere di giustizia per noi impossibile a motivo del peccato e della nostra limitata condizione creaturale.
Per di più si trascura il fatto che l’ignoranza può essere colpevole oppure innocente e anche superabile. E ciò appare penoso e risibile insieme se si tiene conto non solo dell’alfabetizzazione di questo occidente sazio e disperato, ma anche della quantità di laureati in esso presenti. Sembra che oggi si possa imparare tutto tranne la retta dottrina, e tuttavia che sia lecito parlarne con una superficialità che spesso neanche i bambini possiedono. Si dimentica forse il fatto che ogni cristiano, per essere tale, è tenuto a formarsi per quelle che sono le sue capacità. Ciò esige per tutti una formazione costante e seria, senza scusanti di sorta: ognuno imparerà per quello che può, purché non sia stato trascurato questo strettissimo dovere che vincola tutti. Dal Papa all’operaio, al contadino. Ne consegue che a quest’ultimo non sarà richiesto di fare lezioni di teologia (o di ateismo…), ma se sarà ben preparato potrà vivere una vita da vero cristiano, sapendo come amare il suo Creatore, e salvarsi. E non possiamo dire di non avere i mezzi per farlo oggi con gli strumenti che abbiamo. Ma noi come li usiamo?
Quindi, se non si è fatto tutto quanto è in nostro potere per formare la propria spiritualità, non si può pretendere di scusarsi con l’ignoranza incolpevole o, peggio ancora, invincibile! Se si parte da un passato di lontananza dalla Chiesa, ecco che si deve ricorrere ad un’iniziazione seria. Diversamente al fedele va ricordato che la forza della grazia rende possibile e, col tempo, anche facile e gioiosa, la pratica di un Amore sempre più grande, che ne sappia rispettare i fondamenti fin dalla sua prima infusione. Altrimenti neanche potremmo parlare di Amore. Lo ricorda san Paolo: non siamo più sotto la Legge, è lo Spirito che vive in noi, così che non siamo più sottoposti alla carne. Altrimenti dovremmo dire che siamo sotto la Legge, e allora NON saremmo in grado di mettere in pratica tutti i comandamenti. Dobbiamo decidere: siamo mossi dallo Spirito, espressione fin troppo abusata per legittimare le interpretazioni più ardite ed erronee della dottrina al fine di trasgredirla, oppure siamo sotto la Legge?  
Mi pare che porti molta luce il passo della Summa Theologiae in cui si afferma: «Se dunque la ragione o la coscienza è erronea per un errore direttamente o indirettamente volontario (vale a dire: “non voglio sapere se questo atto è bene o male” oppure “non si vuole sapere ciò che si è tenuti a conoscere”, p. es. la dottrina), riguardo a cose che uno è tenuto a sapere, tale errore non scusa dal peccato la volontà che segue la ragione o la coscienza erronea. Se invece si tratta di un errore che produce involontarietà, in quanto provocato, senza negligenza alcuna, dall‘ignoranza di particolari circostanze, allora tale errore della ragione o della coscienza scusa la volontà dal peccato. Se la ragione erronea, p. es., affermasse che un uomo è tenuto ad accostarsi alla moglie di un altro, il volere che si uniformasse a tale ragione sarebbe peccaminoso, poiché tale errore proviene dall‘ignoranza della legge di Dio, che siamo tenuti a conoscere» (I-II, Q. 19, A. 6). E Jean-Pierre Torrell commenta dicendo che se l’errore ha in origine un atto volontario, si diventa responsabili moralmente di un atto cattivo. Quindi, «una colpa iniziale ne implica inevitabilmente altre se non viene ritrattata, e di negligenza in negligenza si può giungere in totale apparente buona fede a “formarsi la coscienza”, come a volte si dice ironicamente, fino al punto che essa non sa più distinguere il bene dal male. Tommaso ha trovato nella Sacra Scrittura un termine per esprimere ciò, e insieme con l’apostolo Paolo parla di una coscienza “corrotta”…. Si potrebbe parlare anche di una coscienza “anestetizzata” o “addormentata”; Tommaso conosce anche questo, ed evocando il processo tramite il quale ciò può accadere, sottolinea anche il modo in cui la coscienza richiama all’ordine: “Gli uomini si allontanano facilmente da ciò che li molesta; per questo il rimorso di coscienza agisce come un ago, il quale tormenta colui che ha cattiva coscienza, cosicché egli si allontana dal peccato mediante la retta fede e la buona coscienza» (Super 1 ad Tim.,1, 19, lect.4, n. 51, in Tommaso D’Aquino, maestro spirituale, Città nuova, Roma 1998, pp. 362,363).
Considerando la preparazione intellettuale media delle persone, senza voler giudicare l’interiorità dei singoli, mi pare evidente che vi sia una diffusa coscienza addormentata, la quale però fa fatica anche a risvegliarsi.
Questo, a mio avviso, può avere tre cause: in certi casi, il volontario accecamento della coscienza che fa tacere il pungolo del rimorso; l’ambiguità e la complicità di certa predicazione o pastorale; la manipolazione delle coscienze mediante il dilagare della menzogna sistematica. Ecco quindi il diffuso fenomeno dell’“apparente” buona fede, per la quale sembra che non si riesca più “a distinguere la destra dalla sinistra”, come accadeva ai Niniviti. Con l’aggravante che, oltre alla predicazione di Giona, noi oggi abbiamo la predicazione di Cristo, ormai ampiamente accessibile a quasi tutto il mondo “globale”, e 2000 anni di Tradizione cristiana. Con tutto questo difficilmente possiamo affermare che non si conosca, in coscienza, il male che si compie con l’adulterio o con altri delitti gravi quali l’aborto.
Risulta evidente da tutto ciò che una mancanza di attenzione, amore, direi quasi “passione” per la dottrina è indice per lo meno di indifferenza, noncuranza e, in casi estremi, di vero e proprio odio, verso la Verità che è Cristo stesso e porta inevitabilmente ad una vita tanto lontana da Lui, da fare della trasgressione la regola, e dell’ateismo la scusa.




 

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