CARLO CAFFARRA - Fidesetratio

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Il Signore ha accolto nella sua gioia un "servo buono e fedele".
Oggi, giovedì 7 settembre, all’indomani della notizia della morte improvvisa del cardinale Carlo Caffarra, ho letto quello che hanno scritto due valenti giornalisti cattolici (Antonio Socci e Lorenzo Bertocchi) su due quotidiani nazionali. Apprezzamenti giusti e opportuni sulla sua persona, unitamente a considerazioni sulla sua opera che, come è logico quando si tratta di articoli di giornale, si limitano a ciò che del passato (della sua vita) si può narrare e a ciò che del futuro (che cosa rischia la Chiesa cattolica in questo drammatico periodo di crisi) si può congetturare.

Io, prima ancora di dire e di scrivere qualcosa, ho celebrato una santa Messa in suffragio della sua anima. Era il mio primo dovere, ma anche la cosa più logica da fare, da un punto di vista di fede, cioè da un punto di vista realistico. Perché il transito al Cielo di un amico carissimo – un credente di forte e fondata ortodossia, un teologo di vaglia, un sacerdote di rara esemplarità, un Vescovo coraggioso – suscita nel cuore di un cristiano, prima ancora di tanti umani sentimenti, un serio ripensamento dell’importanza capitale dei Novissimi, la riconsiderazione della realtà del giudizio irrevocabile di Dio su ciascuno di noi nel momento in cui varcheremo la soglia dell’eternità.
Sappiamo e crediamo che sarà per ciascuno di noi un giusto giudizio di Misericordia, a coronamento dell’opera di santificazione che Dio ha voluto realizzare in noi durante tutta la nostra vita, dopo il Battesimo, elargendoci la grazia della dottrina rivelata e dei sacramenti. Il piano di Dio è di accoglierci in Cielo. Ci ha creati per amore, e per amore ci ha destinati alla piena visione della Verità e alla beatitudine nella partecipazione alla vita eterna della Trinità. È proprio il Paradiso la vera meta della nostra esistenza, quella pensata da Dio quando ha creato ognuno di noi. E Dio ci ha anche rivelato come Egli vorrebbe (ossia, vuole, ma rispettando la nostra libertà di corrispondere, momento per momento, alla sua grazia) accogliere ognuno di noi sulla soglia dell’eternità. Gesù ce lo ha detto narrando la parabola dell’utilizzo dei talenti che un padrone ha affidato ai suoi servi: «Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”» (Vangelo secondo Matteo, 25, 19-23).
Va notato, in questo testo biblico, che si tratta di un giudizio su  singole persone, non su delle masse o sui popoli o sulle istituzioni. Ciò è confermato da un altro insegnamento biblico: «Poi udii una voce dal cielo che diceva: “Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono”» (Apocalisse di Giovanni, 14, 13). Le opere meritorie, come i peccati, sono personali. Il «riposo dalle fatiche» della vita è un riposo meritato per chi, quale che sia stata la sua vita, nel momento della verità, ossia quando si tratta di rendere l’anima a Dio, viene trovato in stato di grazia e quindi «muore nel Signore».
Ognuno muore da solo, e solo Dio vede come ciascuno muore, vincendo «l’ultima agonia», ossia l’ultima battaglia  spirituale, quella che fa evitare la «seconda morte», come la chiama san Francesco d’Assisi, richiamandosi all’Apocalisse di Giovanni.
Quando muore un parente stretto o un amico, un  cristiano sa che c’è innanzitutto – prima di ogni elogio funebre, prima di ogni considerazione di storia e di sociologia ecclesiastica – il dovere della preghiera a Dio per il destino eterno di quell’anima.
Per Carlo Caffarra, quindi, ho chiesto al Signore, con le lacrime agli occhi, il «premio della vita eterna». Sono le stesse parole che dico sempre, seguendo il vigente Rito della Penitenza, nell’accomiatare il penitente dopo la confessione e l’assoluzione sacramentale.  Sono intimamente convinto (per la testimonianza pubblica di vita vita santa da parte di un collega e amico che ho frequentato per circa quarant’anni), che Carlo Caffarra è stato subito accolto da Dio in Cielo come «servo buono e fedele», ricco di meriti per la sua vita di studio e di insegnamento teologico (parte integrante della sua vocazione sacerdotale) e per il suo impegnativo ministero episcopale, come Pastore dell’arcidiocesi di Bologna e come membro del collegio cardinalizio al servizio del Papa.
Lo ricordo quando ci conoscemmo, tanti anni fa, e scoprimmo di essere entrambi convinti della necessità di basare la scienza teologica sulla metafisica realistica. Lui applicò questa sua convinzione scientifica agli studi di teologia morale, io la applicai agli studi di teologia fondamentale. In seguito, quando eravamo entrambi  all’Università Lateranense, collaborammo all’impostazione scientifica degli studi su matrimonio e famiglia che doveva promuovere l’Istituto “Giovanni Paolo II”.
Entrambi ci impegnammo, sulla base delle nostre competenze, a far conoscere e apprezzare in ambito ecclesiastico due fondamentali documenti del magistero di papa Wojtyla: lui, Caffarra, l’enciclica sulla teologia morale, Veritatis splendor (1993), io l’enciclica sulla teologia fondamentale, Fides et ratio (1998).
Più tardi Caffarra mi aiutò a promuovere buoni studi teologici sulla retta nozione di fede nella Rivelazione, recuperando la non sempre compresa la dottrina tommasiana dei «praeambula fidei». Infine, il cardinale Caffarra mi concesse di curare per la mia casa editrice la pubblicazione di un suo saggio teologico indirizzato a chiarire la vera nozione dogmatica di “misericordia divina” (cfr Carlo Caffarra, Misericordia e conversione: “simul stabunt, simul cadent”, in Inscindibili. Giustizia, verità, misericordia: se mancano le prime due, l’ultima non è tale, a cura di Giuseppe Possedoni, Leonardo da Vinci, Roma 2016, pp. 51-64).
Avevamo i progetto di intensificare la nostra collaborazione apostolica, soprattutto dopo che egli aveva guidato il piccolo gruppo di cardinali coraggiosi nella redazione e nella consegna al papa dei cinque dubia circa la compatibilità delle nuove indicazioni pastorali contenuti nell’esortazione apostolica Amoris letitia con gli enunciati definitivi del Magistero precedente in materia di Matrimonio, Penitenza ed Eucaristia.
Ora io non potrò più continuare assieme a lui questi impegni dottrinali e apostolici. Ma questa constatazione non lascia in me, finché resto in preghiera, nessuna ragionevole tristezza. Ho meditato alla presenza di Dio la morte di Carlo Caffarra – come quella di tanti familiari, amici e confratelli che mi sono stati di esempio, di conforto e di consiglio in tanti eventi della mia vita sacerdotale – e non mi è stato difficile ragionare come Dio vuole che ragioniamo, arrivando a dire: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia comunque benedetto il nome del Signore!» (Libro di Giobbe, 1, 21). Sicché, a mente fredda, non cedo al rimpianto di non poter continuare a lavorare con lui; così come non mi lascio turbare dal ricordo delle sofferenze che per tanti anni gli hanno procurato gli avversari della buona dottrina (sofferenze alle quali si è aggiunto ultimamente la durezza del trattamento che papa Francesco ha riservato a lui e agli altri tre cardinali dei “dubia”); nemmeno mi angoscio per quello che so e per quello che altri ritengono di sapere della situazione della Chiesa in generale, visto che i rilevamenti della sociologia religiosa e le esperienze dirette sono sempre parziali e poco affidabili. So bene che solo Dio conosce davvero ciò che avviene nella coscienza di ciascuno, in relazione l’azione della sua grazia quando siamo in vita e in vista del suo giudizio particolare nel momento in cui moriamo. Nell’Antico Testamento si legge: «Io sono Yahvè, che investigo il cuore, che metto alla prova le reni, per retribuire ciascuno secondo le sue vie, secondo il frutto delle sue azioni» (Libro del profeta Geremia, 17, 10); analogamente, nel Nuovo Testamento c’è scritto: «All’angelo della chiesa di Tiatiri scrivi: “Queste cose dice il Figlio di Dio. Io sono colui che scruta le reni e i cuori, e darò a ciascuno di voi secondo le sue opere”» (Apocalisse, 2, 18-23). La Chiesa è fatti di singoli uomini che la grazia santificante unisce misticamente a Cristo. Il mistero soprannaturale della Chiesa – la reale condizione delle singole anime, che appartengono al Corpo mistico di Cristo fin tanto che conservano la grazia del Battesimo – lo conosce solo Dio. Si dice – ripetendo una giusta considerazione di papa Ratzinger – che la Chiesa è di Cristo e che è Lui a prendersene cura. Anche il cardinale Caffarra lo ha ripetuto con convinzione pochi giorni prima di morire. Ma non bisogna cadere nell’illusione dell’impersonale e del collettivo.
La Chiesa è stata istituita da Cristo, non per la divinizzazione storica di una comunità idealisticamente ipostatizzata (questa è una delle eresie della cosiddetta “teologia politica”), ma per la salvezza che le singole persone possono conseguire con la grazia della Parola e dei Sacramenti della Nuova Legge. Per questo la Chiesa è indefettibile, e per questo Cristo ha affidato alla gerarchia ecclesiastica, cioè ai Pastori, successori degli Apostoli, il compito e l’autorità divina di insegnare infallibilmente («munus docendi»), di amministrare efficacemente i Sacramenti («munus sanctificandi»), e di governare pastoralmente i fedeli («munus regendi»).
Non c’è differenza tra la salvezza che ottenne con la sua fede il “buon ladrone” mentre Cristo era in Croce agonizzante, e la salvezza che tanti uomini hanno potuto ottenere nel passato o che può ottenere ciascuno di noi oggi e ogni altro singolo uomo che vivrà sulla terra prima della fine del mondo. Sempre si tratta della misericordia di Dio, «il quale vuole che ogni uomo sia salvato e giunga alla conoscenza della verità» (Prima Lettera a Timoteo, 2, 4) con la grazia di Cristo: o di Lui direttamente o per mezzo dei ministri della sua Chiesa.
 
Allora? Allora, di fronte alla morte improvvisa dell’amico cardinale Caffarra io mi mantengo alla presenza di Dio, prego e voglio restare sereno. Se lui, come ho motivo di sperare, è già salvo e nella gloria del Paradiso, il vero fine della Chiesa, per quanto riguarda direttamente lui (e in direttamente me), è pienamente realizzato. Io sono della stessa età (classe 1938), e combatto le stesse battaglie dottrinali che fino a ieri combatteva lui. Logicamente, mentre piango la sua morte, che c’è stata ieri, penso alla mia, che sarà quando Dio vorrà, e comunque presto. Penso che la cosa importante è che io, come tutti, devo farmi trovare pronto dal Signore quando verrà a chiamarmi a Sé. Egli ha detto a noi tutti di «stare pronti, perché non sappiamo né il giorno né l’ora»  (Vangelo secondo Matteo, 25, 30). E certamente è Lui che mi aiuta a non dimenticare il suo amorevole avvertimento facendomi sapere che l’amico Caffarra è morto all’improvviso, senza avvertire alcun particolare segno premonitore. I testimoni assicurano che lavorava con impegno e programmava iniziative di apostolato a breve e a lungo termine. È proprio quello che sto facendo io adesso. Giustamente, mentre prego per la sua anima, mi raccomando anche a lui perché dal Cielo interceda per me e mi aiuti a raggiungerlo lassù.
 
Questo significa forse ignorare o sottovalutare i problemi della Chiesa? Sarà forse una forma di evasione dalla solidarietà per rifugiarsi nell’intimismo religioso? No. Abbiamo tutti il dovere apostolico di sentire «la sollecitudine per tutte le chiese» (Seconda Lettera ai Corinzi, 11, 8), ma non dobbiamo illuderci di svolgere il ruolo di chi ha, molto più di noi, autorità, competenza e strumenti di servizio pastorale. Io non ignoro certamente la gravità della crisi della pastorale oggi, quando l’autorità ecclesiastica subisce l’invadenza della teologia e fornisce ai fedeli, al posto del dogma e della sua interpretazione autorevole, una specie di “magistero liquido” che toglie ogni certezza nella grazia di Cristo (Parola e Sacramenti). È una situazione che  ho descritto nell’Introduzione teologica al libro di Danilo Quinto, Disorientamento pastorale (Leonardo da Vinci, Roma 2016) e in due contributi al volume collettaneo Teologia e Magistero, oggi (Leonardo da Vinci, Roma 2017). Ma poi ho anche suggerito a tutti coloro che mi chiedono consiglio di impegnarsi nei limiti della propria specifica competenza e delle proprie possibilità (sia di diagnosi che di terapia) di quelli che ci appaiono come mali della Chiesa (cfr l’articolo di “Fides et ratio”, Quando nella Chiesa l'eresia dilaga ogni cattolico ha il dovere della resistenza). Sapendo peraltro che i mali che riguardano la vita di ciascuno di noi e le vicende visibili della santa Chiesa, Dio certamente non li vuole ma talvolta li permette. E Dio stesso chi ha rivelato che Egli «volge sempre ogni cosa al bene di coloro che lo amano» (Lettera ai Romani, 8, 13). Il che ci responsabilizza a perfezionare in noi l’opera di santificazione personale, corrispondendo generosamente alle grazie che Dio ci elargisce giorno per giorno. Ciascuno di noi può davvero contribuire alla santità del Corpo mistico solo se lotta incessantemente contro i peccati che inquinano la propria anima, eliminando dalla propria vita quei pensieri, quei discorsi, quelle azioni e quelle omissioni che separano dall’amore di Cristo e quindi anche dal servizio disinteressato ai fratelli. Non è questa una pia illusione: è il dogma della «comunione dei santi», enunciato già nel Simbolo degli Apostoli.
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