conferenza del 25 Giugno 2013 Roma - Fidesetratio

Vai ai contenuti

Menu principale:

eb

L’essenza del cristianesimo è il dogma.

L’essenza del cristianesimo è il dogma, ossia la formalizzazione della verità rivelata attraverso l’intervento normativo (lex credendi) e pastorale (lex orandi, lex operandi) del magistero ecclesiastico, intervento che nella storia della Chiesa non è mai mancato. Anche ai nostri giorni, ogni cattolico giustamente desideroso di sapere che cosa veramente si deve credere per essere autentici Christifideles può conoscere facilmente i termini essenziali del dogma, che si trovano esposti in forma divulgativa ma rigorosa nel Catechismo della Chiesa Cattolica, voluto dal beato papa Giovanni Paolo II. Senza dogma non ci sarebbe più alcun  riferimento preciso e pubblico a quella che è giustamente chiamata “la fede della Chiesa”. Senza dogma non si saprebbe a quale oggettiva “fides quae creditur” si riferisca la soggettiva “fides qua creditur”: ognuno, infatti, penserebbe di credere alla verità salvifica donataci con la Parola di Dio, ma in realtà si tratterebbe soltanto di credenze basate, non già su solidi motivi teologici, ma su scelte sentimentali e quindi incomunicabili e irresponsabili, tanto se sono individuali quanto se sono di gruppo. Oggi il maggior nemico del dogma – e quindi del cristianesimo – è l’ideologia del relativismo, nata e sviluppatasi in ambito protestantico (dopo Lutero) ma penetrata sempre più profondamente nella vita e nella prassi della Chiesa cattolica. La prima vittima del relativismo, all’interno della Chiesa, è la teologia, che cessa di compiere la sua funzione propria, che è appunto l’interpretazione scientifica del dogma (vedi Antonio Livi, Vera e falsa teologia, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012). Già nel 1950 il papa Pio XII avvertiva i fedeli, con l’enciclica Humani generis,  che la teologia cattolica rischiava di subire l’influsso del relativismo, ingenerando quello che egli denominava «relativismo dogmatico», dal quale deriva il relativismo nel campo morale» (cfr Acta Apostolicae Sedis, 42 [1950], pp. 566-567). Da allora a oggi la degenerazione della teologia ha assunto aspetti  ancora più deleteri, malgrado le direttive dottrinali emanate dal concilio ecumenico Vaticano II con la costituzione dogmatica Dei Verbum  e con il decreto Optatam totius (1965), e poi da Giovanni Paolo II con l’enciclica Fides et ratio (1998).

Che senso ha parlare di “dittatura del relativismo”.

Essendo il relativismo essenzialmente una insieme di falsità, esso non può insinuarsi nelle menti dei cattolici per via di autentica persuasione razionale: è penetrato e continua a penetrare per via di seduzione sofistica e soprattutto di imposizione violenta, operata attraverso il potere mediatico e finanziario, ossia attraverso la politica come è praticata dai regimi sostanzialmente dittatoriali. Per questo parlo di “dittatura del relativismo”. L’espressione «dittatura del relativismo» è del card. Joseph Ratzinger, che la utilizzò nell’omelia durante la Messa pro eligendo Romano Pontifice; si trattò di in un importante discorso dal carattere programmatico, in quanto pronunciato nell’imminenza della sua elezione al soglio pontifico (2005). Poi l’espressione è restata una costante nel magistero di Benedetto XVI, e oggi (2013), quando il timone della Barca di Pietro è passato nelle mani di papa Francesco, tutti nella Chiesa debbono farsi carico dell’eredità che il grande papa tedesco ci ha lasciato. Tutti debbono rendersi conto che il relativismo, con la sua pervasività mediatica e la sua effettiva dittatura istituzionale, legislativa e  burocratica, è il maggior attentato alla verità cattolica, che per questo e per tanti altri motivi necessita di una efficace difesa scientifica.

Anche un intellettuale come Marcello Veneziani, che rifiuta l’etichetta di “filosofo cattolico”, ha osservato giustamente come sia inevitabile che l’abolizione teoretica delle norme fondamentali del diritto naturale (operata dal relativismo a favore del positivismo giuridico) porti alla tirannia di chi detiene il potere nelle società moderne, come avviene in Italia soprattutto con il potere giudiziario: «Quando cadono i principi fondamentali di una civiltà, quando si respinge ogni verità oggettiva, e non c'è più una morale condivisa, una religione rispettata, un comune amor patrio a cui rispondere, allora l'unico criterio supremo che stabilisce i confini del bene e del male e le relative sanzioni è la Legge. In teoria, la legge è un argine al male. Ma in una società relativista che non crede più in niente, chi amministra la Legge, chi decide e sentenzia in suo nome, dispone di un potere assoluto, irrevocabile e autonomo che spaventa. Risponde solo a se stesso, in quanto è la stessa magistratura a interpretare la legge. L'unica differenza che c'è tra il potere dei magistrati e il potere degli ayatollah è che questi decidono e agiscono nel nome di una religione millenaria, radicata e largamente condivisa dal popolo su cui esercitano la loro autorità. I magistrati, invece, sono la voce e il bastone di una setta che dispone del monopolio della forza, cioè il potere di revocare libertà, diritti e proprietà secondo la loro indiscutibile interpretazione della Legge. I confini tra le prove e gli indizi vengono superati a loro illimitata discrezione, e così quelli tra testimoni e imputati, se i primi non confermano i dettami del magistrato; le garanzie e i diritti elementari non contano rispetto ai loro responsi sovrani e non contano nemmeno gli effetti pubblici, politici, economici, che essi producono con le loro sciagurate sentenze. Possono sfasciare imprese e perfino economie nazionali, governi, alleanze, partiti, famiglie e persone. È possibile, ad esempio, che l'uso delle intercettazioni sia lecito in alcuni casi e illecito in altri, sono loro a stabilire i confini, così le intercettazioni a volte sono la base su cui fondare i processi e le gogne mediatiche, a volte sono esse stesse il capo d'accusa in altri processi. L'arbitrio nel nome della Legge è il peggiore degli arbitri perché è ammantato di oggettività e di obbligatorietà, non è sottoposto a nessun vincolo se non la legge da loro stessi interpretata e amministrata. Talvolta il dispotismo giudiziario viene esteso ad altri enti, come le agenzie delle entrate quando possono usare poteri enormi in materia di controllo, sanzione, pignoramenti e interessi di mora. Gli effetti anche in quel caso sono devastanti. […] Se in una società incarognita e nichilista come la nostra che ha perso i confini del bene e del male, dove tutto è soggettivo e ognuno si stabilisce le regole di vita, dai a qualcuno un potere smisurato, l'abuso di potere è pressoché inevitabile» (in Il giornale, 24 giugno 2013, p. 12).

Difendersi dall’irrazionalità antiteistica con la razionalità teocentrica

Il relativismo attenta alla fede cattolica, sia dall’esterno, con la propaganda dell’ateismo (e del secolarismo e con la polemica antidogmatica (in Italia ne sono alfieri Gianni Vattimo, Paolo Flores d’Arcais, Giulio Giorello, Piergiorgio Odifreddi; in America, Richard Rorty) ; sia all’interno, con l’imposizione (anche dall’alto: vedi cardinal Ravasi sull’Osservatore romano) di una teoria eretica circa la fede, la quale non richiederebbe alcuna certezza, ma anzi l’umiltà di non avere certezze da offrire agli altri (con il pretesto che ciò significherebbe mancare di rispetto verso chi non crede, presentandosi come superiori o migliori). Araldo di questa sciocca retorica sui media (sia laicisti che cattolici) è Enzo Bianchi, che relativizza il dogma cattolico e dogmatizza la “fede nell’uomo”: distoglie i cristiani dall’Assoluto vero e impone loro il falso Assoluto dell’umanesimo ateo.

Ora, la difesa scientifica della verità cattolica (obiettivo dell’Unione da me fondata) richiede di smentire sistematicamente le pretese di ragione, di razionalità e di ragionevolezza del relativismo. La razionalità sta tutta dalla parte della verità cattolica: sia perché è dimostrabile e dimostrato che essa è razionalmente credibile (cfr Razionalità della fede nella rivelazione, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2010), sia anche perché l’accettazione dei misteri rivelati, ossia la fede dei credenti in Cristo, poggia su ragioni personali che hanno tutte il crisma della piena razionalità, anche se appartengono alla coscienza del singolo. I credenti hanno dunque il diritto e il dovere di proclamare la dottrina rivelata da Dio come assolutamente vera, anzi come l’unica verità che salva. Ma tutto ciò comporta che ci siano anche delle verità naturali, con carattere assoluto, che rendono possibile comprendere e accettare la rivelazione divina: sono quelle verità che Tommaso d’Aquino ha chiamato «praeambula fidei». Esse coincidono con quelle evidenze naturali, innegabili, che io chiamo, con un termine moderno, il “senso comune”. Esse consentono di individuare nella conoscenza umana una gerarchia, una struttura consequenziale, per cui una verità presuppone un’altra come sua condizione di possibilità, fino ad arrivare, appunto, alle verità originarie del senso comune. Contro di esse, nessuna tesi può essere presa per vera ma è da considerarsi falsa; senza di esse, una tesi può essere solo ipotetica, ossia è da considerarsi come mera opinione soggettiva o di gruppo. L’opinione, questa sì, è il campo del relativo. Ma il relativo non annulla l’assoluto, anzi, lo presuppone. Ecco allora fissare le leggi fondamentali della logica aletica. Ora, dunque, la logica aletica fa comprendere che le certezze del senso comune e i primi principi sono di fatto alla base del pensiero umano, e quindi sono la premessa, almeno implicita, di ogni tesi, di ogni affermazione, di ogni ragionamento. Ma la volontà di negare l’evidenza può portare a negare che ci sia una verità assoluta in qualche ambito della conoscenza umana. Di qui la contraddittorietà intrinseca a ogni forma di relativismo. Nega ciò che afferma e afferma ciò che nega in ogni momento del ragionamento. Nega che si possa sostenere e annunciare una verità assoluta riguardo a Dio (che è l’Assoluto), e allo stesso tempo sostiene con  l’assolutezza tipica del fanatismo politico e religioso tesi ideologiche di per sé opinabili. Ma la contraddizione sta proprio nell’affermazione assoluta della relatività (storica, economica, culturale) di ogni pretesa di verità, il che costituisce logicamente un self-denying principle. Così la logica aletica viene confermata dalla logica pragmatica. Ad esempio, il beato papa Giovanni Paolo II, nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace dell’anno 2002, diceva: «Chi uccide con atti terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso l'umanità, manifestando disperazione nei confronti della vita e del futuro : tutto, in questa prospettiva, può essere odiato e distrutto. Il terrorista ritiene che la verità in cui crede o la sofferenza patita siano talmente assolute da legittimarlo a reagire distruggendo anche vite umane innocenti» (§ 6-8).



Torna ai contenuti | Torna al menu