CORRECTIO FILIALIS APPROFONDIMENTI DI MONSIGNOR LIVI - Fidesetratio

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Roma 27 Settembre 2017.
DI MONSIGNOR ANTONIO LIVI

I promotori della “Correctio filialis” e i primi quaranta firmatari di essa (io tra questi) non si illudevano certamente di avere da papa Francesco una qualche risposta all’accorato appello a non continuare a «favorire e propagare le tendenze eretiche» presenti all’interno della Chiesa cattolica. Sapevano bene che già l’iniziativa dei quattro cardinali che avevano esposto i cinque “dubia” sulla corretta interpretazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia (vedi qui) non aveva avuto alcuna risposta da parte del Santo Padre. Ma la pubblicazione della “Correctio filialis”, una volta appurato che il Papa non le aveva dato alcun riscontro, poteva essere in ogni modo utile alla Chiesa per dotare il popolo cristiano di validi strumenti di discernimento dottrinale, in questa nostra epoca nella quale l’eresia dilagante ha prodotto, nel migliore dei casi, un pericoloso disorientamento pastorale, ossia la confusione del criterio su che cosa si deve credere per garantirsi personalmente la salvezza offerta da Cristo a tutti.
 

La confusione dottrinale, a motivo della quale non c’è più certezza su che cosa debba credere e debba fare un cristiano per salvarsi con i mezzi che la Chiesa di Cristo mette a sua disposizione, è il problema reale, l’unico problema serio della pastorale. Di questo io ho parlato spesso in questi ultimi anni (vedi soprattutto la mia Introduzione teologica al saggio di Danilo Quinto, Disorientamento pastorale. La fallacia umanistica al posto della verità rivelata, Leonardo da Vinci, Roma 2016), perché l’eresia dilagante ha indotto nell’opinione pubblica cattolica la falsa immagine della Chiesa come di una comunità politico-religiosa la cui funzione sarebbe quella di assecondare il (preteso) progresso civile e di preparare l’avvento di un mondo riconciliato dove regnino finalmente la giustizia e la pace. L’escatologia personale (la fine della vita di ciascuno di noi, destinato da Dio al Paradiso) viene sistematicamente ignorata per considerare soltanto l’escatologia cosmica (la fine del mondo, l’avvento del Regno di Dio), concepita però in modo assolutamente diverso da come ci è stata rivelata da Dio. È questa la grande mistificazione della “teologia politica” (proposta dal teologo cattolico tedesco Johan Baptist Metz sulla scia della “teologia della speranza” protestante, influenzata a sua volta dal messianismo marxista), che si è diffusa soprattutto in America Latina con la “teologia della liberazione” (ad opera del  teologo cattolico  peruviano Gustavo Gutiérrez) e con la “teologia del popolo” (dei teologi argentini, ai quali speso si ispira papa Bergoglio). In quest’ottica secolaristica, la venuta del Regno di Dio – ossia la salvezza del mondo che è stata operata da Cristo con l’Incarnazione e la Redenzione – non riguarda più la salvezza delle singole anime ma è immaginata come una conquista dell’uomo che nella storia progredisce con forme sempre più evolute di socializzazione. Insomma, il mondo si salva da sé (umanesimo ateo) e la Chiesa è un’aggregazione religiosa che è sempre in cammino e che progredisce nella coscienza di sé fino a scoprire gli autentici valori del mondo moderno (valori temporali, cioè socioeconomici, politici), ai quali la Chiesa sente il dovere di servire, utilizzando i mezzi naturali, di cui ancora dispone (il potere temporale nelle sue forme attuali, le finanze, il prestigio morale, l’organizzazione gerarchica, la diplomazia).

A nulla servono, in quest’ottica i mezzi soprannaturali, che sono destinati, nelle intenzioni di Cristo alla salvezza del mondo: salvezza che non riguarda la salvezza dei popoli, delle nazioni o delle collettività locali o universali in un futuro utopico, ma la salvezza delle singole persone di ogni tempo e di ogni luogo, anche al di fuori delle dinamiche sociali. La Chiesa non è stata voluta da Cristo per servire il mondo nella sua illusoria auto-redenzione, ma per servire esclusivamente alla «salus animarum». Quando questo fine soprannaturale non è più percepito come primario ed essenziale dai Pastori che si sono fatti influenzare da una cultura secolarizzata, allora svanisce anche nella coscienza dei fedeli l’esigenza di incontrare nella Chiesa il Buon Pastore, Gesù, che «la via, la verità e la vita» per ciascuno di noi.
 
Il fine di quella supplica al Papa (e la sua divulgazione al grande pubblico dopo avergliela consegnata e  non averne avuto riscontro alcuno) è operare all’interno della Chiesa perché si attui finalmente un radicale ri-orientamento pastorale contro l’attuale deriva sociologistica e temporalistica. Orientare o ri-orientare i cattolici   è lo scopo della mia attività scientifica e pubblicistica con l’Unione apostolica “Fides et ratio”, e quindi è perfettamente logico che io abbia aderito alla “Correctio filialis”.
 

Da sempre il mio impegno è far sì che i fedeli, una volta ben orientati, cerchino e trovino nella Chiesa l’annuncio chiaro e inequivocabile del dogma (la verità da credere), dopo di che potranno apprezzare il dono della grazia che viene conferito dai Sacramenti: il Battesimo, che ci toglie il peccato originale e ci fa membra vive del Corpo Mistico di Cristo (questa è realmente la Chiesa); la Confermazione, che ci fa capaci di testimoniare (eroicamente, quando è necessario)  la nostra santa fede; la Penitenza, che ci fa tornare all’innocenza battesimale dopo ogni peccato personale (che ci fa perdere la grazia santificante); l’Eucaristia, che è la santa Messa (il sacro rito con cui si rinnova in modo incruento il Sacrificio di Cristo) e la Presenza Reale di Cristo nelle specie consacrate,  per essere da noi adorato e per comunicarsi a noi come nostro alimento spirituale; il Matrimonio, che conferisce (a coloro che si sentono chiamati a formare una famiglia) tutte le la grazie necessarie per santificarsi reciprocamente e per educare cristianamente i figli; l’Ordine sacro, che conferisce (a coloro che sono chiamati a formar parte della sacra gerarchia come diaconi, presbiteri o vescovi) la potestà di agire «in persona Christi Capitis» e quindi di assolvere dai peccati e di confezionare l’Eucaristia; l’Unzione degli infermi, che tutte le la grazie necessarie  per santificarsi nella malattia e prepararsi a una buona morte (riconciliati con Dio e pronti a essere da Lui accolti nella vita eterna). Attualmente questa necessaria fiducia nella verità rivelata e nella grazia dei Sacramenti è stata messa tra parentesi dalla falsa teologia che ha generato la deriva sociologistica e temporalistica della pastorale, sia teorizzata che praticata. L’ansia di riformare la Chiesa nella sua azione pastorale e nelle sue strutture di governo è accompagnata dall’indifferenza o addirittura dal disprezzo della dottrina (dogmatica e morale), e a ciò si riferisce appunto la “Correctio filialis” quando segnala nella Amoris laetitia alcune pericolosissime ambiguità dogmatiche riguardo alla funzione salvifica e santificante dei Sacramenti (nell’esortazione apostolica si trattano temi relativi al Matrimonio, alla Penitenza e all’Eucaristia), ambiguità  che si riflettono nell’inevitabile sovvertimento delle norme morali, canoniche e liturgiche che in merito la Chiesa aveva già saggiamente stabilito (soprattutto con la Familiaris consortio di san Giovanni Paolo II).
 

La pubblicazione della “Correctio filialis” avrebbe potuto avere fin da subito un effetto positivo ai fini del ri-orientamento pastorale dei cattolici di tutto il mondo. Purtroppo, però, i mass media hanno in gran parte frustrato, per il momento, questo effetto positivo nell’opinione pubblica. Troppe interpretazioni giornalistiche dell’evento lo hanno caricato di connotazioni improprie. Dimenticando o ignorando che cosa significa teologicamente il termine “eresia” e mettendo da parte l’argomento della vera fede  – che è l’unico argomento pertinente quando si parla della Chiesa cattolica – i mass media hanno parlato solo di lotte di potere politico-ecclesiastico e insistono a dire che i firmatari sono dei reazionari (integralisti, tradizionalisti, conservatori) che, per combattere Bergoglio, lo accusano addirittura di eresia; in realtà lo vogliono delegittimare per spodestarlo e, gli vogliono impedire di governare la Chiesa e di riformarla. Anche la cosiddetta “stampa cattolica”, a cominciare da Avvenire, mostrando di non avere più alcun interesse per ciò che concerne la fede cattolica, ha trascurato il contenuto propriamente dottrinale del documento, limitandosi a inquadrarlo in quella che genericamente (e ingiustamente) viene considerata la resistenza dei conservatori contro le riforme  e i progressi pastorali decretati dal  Vaticano II e avviati finalmente a piena realizzazione da papa Francesco. Il linguaggio  stesso di questi commentatori, pieni di aggressività clericale e vuoti di sensibilità ecclesiale, riflette  il misero orizzonte di giornalisti che conoscono solo i “valori” politico-ideologici dei poteri dominanti oggi nel mondo, sicché possono passare tranquillamente dalla “stampa laica” alla “stampa cattolica”, dicendo le medesime cose e parlando sempre delle «frange conservatrici» che ostacolano le riforme attuate dalla «Chiesa di Bergoglio» (questa sì che è un’eresia! Papa Benedetto se n’è andato dicendo proprio il contrario, cioè che «la Chiesa è di Cristo»).
 

A proposito di etichette politico-ideologiche, che non riguardano affatto la materia trattata dalla Correctio filialis” (che è genuinamente ed esclusivamente teologica), chiarisco ancora una volta che io ho firmato quel documento in coerenza con le finalità dell’Unione Apostolica “Fides et ratio”, da me fondata, che si riassumono nella «difesa scientifica della verità cattolica» (vedi, in questo steso sito, lo statuto dell’Unione). Tali finalità coincidono pienamente con quell’impegno di difesa della fede che san Giovanni Paolo II chiedeva a tutti i cattolici nel motu proprio Ad tuendam fidem  (18 maggio 1998). Questa dunque è stata la mia intenzione. Non mi interessava, ai fini dell’apposizione della mia firma, andare a investigare quali fossero le intenzioni degli altri firmatari. I documenti riguardanti la dottrina della fede, vanno valutati per quello che formalmente dicono, perché questo ha un significato oggettivo, che resta sempre ben chiaro negli elementi essenziali, anche quando ci siano discussioni sull’interpretazione di alcuni particolari; quindi, non ha senso né ha utilità dottrinale andare a congetturare le intenzioni di chi lo ha redatto o approvato. Io, ad esempio, ho contestato duramente le tesi di alcuni tradizionalisti che rifiutano in blocco gli insegnamenti del Vaticano II, considerandoli tutti viziati dal modernismo. Essi adducono a sostengo di questa posizione estrema il fatto (notorio) che i teologi o periti conciliari che hanno contribuito alla redazione dei testi nelle commissioni e hanno influito sui padri conciliari che li hanno votati in aula erano in gran parte di orientamento modernista.
E invece i testi conciliari, anche quando talvolta (non sempre) adottano il linguaggio della teologia neo-modernista e per questo presentano passai ambigui o equivoci, sono pur sempre portatori di un vero progresso nella dottrina cattolica, soprattutto per quanto riguarda  l’adorazione di Dio nella sacra liturgia, la sacramentalità dell’episcopato, il primato del successore di Pietro nel collegio episcopale, il culto della Beata Vergine Maria, l’importanza dell’apostolato dei laici eccetera. La fecondità dottrinale delle costituzioni dogmatiche del Concilio (la Sacrosanctum concilium, la Lumen gentium e la Dei Verbum), nelle quali troviamo ripetutamente citati, come pegno di continuità dogmatica, gli insegnamenti dei papi che l’hanno preceduto (in particolare Pio XII), non può essere legittimamente negata o messa in discussone per il fatto che le idee e le (presunte) intenzioni di taluni teologi o padri conciliari non fossero del tutto conformi alla Tradizione. Analogamente, il fatto che taluni estensori o firmatari della “Correctio filialis” siano dei laici o degli ecclesiastici che si autodefiniscono “tradizionalisti”, nulla toglie all’oggettiva opportunità di tale documento, per i fini ecclesiali dei quali ho parlato più sopra. Quel documento io l’ho attentamente letto in bozza prima di apporre la mia firma, e l’ho anche corretto in alcune espressioni che ritenevo improprie.
Dopo di che ho ritenuto giusto  rivolgere questo accorato appello al Papa affinché metta un freno – se in coscienza condivide quelle preoccupazioni pastorali e vuole impiegare a tal fine il suo potere – , alla deriva antidogmatica che è diventata egemone nei centri di formazione ecclesiastica, nell’episcopato cattolico, e persino nei dicasteri pontifici, arrivando a inquinare il linguaggio e i riferimenti teologici di taluni documenti del magistero pontificio, come è avvenuto appunto con l’esortazione apostolica Amoris laetitia. Tanto più che l’influsso negativo dei teologi antidogmatici sul magistero ecclesiastico degli ultimi decenni è stato talmente nocivo alla credibilità stessa dell’autorità ecclesiastica da far dire a papa Benedetto XVI che si è imposto nella Chiesa un «magistero parallelo» privo di qualsiasi legittimità ecclesiale (vedi in proposito quanto scrivo in Teologia e Magistero, oggi, Leonardo da Vinci, Roma 2017).
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