Da Corrispondenza Romana commento alla AL esortazione sinodale. - Fidesetratio

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Fonte Corrispondenza romana - edizione speciale
   
   
Pubblichiamo    un importante documento di riflessione di S.E. Mons. Athanasius    Schneider, Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria Santissima di    Astana, in Kazakhstan, riguardo l'esortazione apostolica post-sinodale    di Papa Francesco, «Amoris Laetitia».
   
   

Amoris Laetitia:
   chiarire per evitare    una confusione generale
   
Il    paradosso delle interpretazioni contraddittorie di «Amoris laetitia»
   
L'Esortazione    Apostolica «Amoris Laetitia» (AL) pubblicata di recente, che contiene una    grande ricchezza spirituale e pastorale per la vita nel matrimonio e nella    famiglia cristiana della nostra epoca, purtroppo ha già in poco tempo    provocato interpretazioni contraddittorie perfino nell'ambiente    dell'episcopato.
   
Vi    sono vescovi e preti che avevano pubblicamente e apertamente dichiarato che    AL avrebbe fornito un'apertura evidente alla Comunione per i    divorziati-risposati senza chiedere loro di vivere in continenza. In    quest'aspetto della pratica sacramentale, che secondo loro sarebbe ora    significativamente cambiato, consisterebbe il carattere veramente    rivoluzionario dell'AL. Interpretando AL in riferimento alle coppie    irregolari, un Presidente di una Conferenza episcopale ha dichiarato in un    testo pubblicato sul sito web della stessa Conferenza: «Si tratta di una    misura di misericordia, di un'apertura di cuore, ragione e spirito per la quale    non è necessaria alcuna legge, né bisogna attendersi alcuna direttiva o    delle indicazioni.  Si può e si deve metterla in pratica    immediatamente».
   
Tale    avviso è confermato ulteriormente dalle recenti dichiarazioni del padre    Antonio Spadaro S.J., che dopo il Sinodo dei Vescovi del 2015 aveva scritto    che il sinodo aveva posto i «fondamenti» per l'accesso dei    divorziati-risposati alla Comunione, «aprendo una porta», ancora chiusa nel    sinodo precedente del 2014. Ora, dice il Padre Spadaro nel suo commento ad    AL, la sua predizione è stata confermata. Si dice che lo stesso padre    Spadaro abbia fatto parte del gruppo redazionale di AL.
   
La    strada per le interpretazioni abusive sembra esser stata indicata dallo    stesso Cardinale Christoph Schönborn il quale, durante la presentazione    ufficiale di AL a Roma, aveva detto a proposito delle unioni irregolari:    «La grande gioia che mi procura questo documento risiede nel fatto che esso    supera in modo coerente la divisione artificiosa, esteriore e netta fra    “regolari” ed “irregolari”«. Una tale affermazione suggerisce l’idea che    non vi sia una chiara differenza fra un matrimonio valido e sacramentale ed    un'unione irregolare, fra peccato veniale e mortale.
   
Dall'altra    parte, vi sono vescovi che affermano che AL debba essere letta alla luce    del Magistero perenne della Chiesa e che AL non autorizza la Comunione ai    divorziati-risposati, neanche in caso eccezionale. In principio, tale    affermazione è corretta ed auspicabile. In effetti, ogni testo del    Magistero dovrebbe in regola generale, essere coerente nel suo contenuto    con il Magistero precedente, senza alcuna rottura.
   
Tuttavia,    non è un segreto che in diversi luoghi le persone divorziate e risposate    sono ammesse alla Santa Comunione, senza che esse vivano in continenza.    Alcune affermazioni di AL possono essere realisticamente utilizzate per    legittimare un abuso già praticato per un certo tempo in vari luoghi della    vita della Chiesa.
   
Alcune    affermazioni di AL sono oggettivamente passibili di cattiva interpretazione
   
Il    Santo Padre papa Francesco ci ha invitati tutti a offrire il nproprio    contributo alla riflessione e al dialogo sulle delicate questioni    concernenti il matrimonio e la famiglia. «La riflessione dei pastori e dei    teologi, se fedele alla Chiesa, onesta, realistica e creativa, ci aiuterà a    raggiungere una maggiore chiarezza» (AL, 2).
   
Analizzando    con onestà intellettuale alcune affermazioni di AL, viste nel loro contesto,    si constata una difficoltà di interpretarla secondo la dottrina    tradizionale della Chiesa. Questo fatto si spiega con l'assenza    dell'affermazione concreta ed esplicita della dottrina e della pratica    costante della Chiesa, basata sulla Parola di Dio e reiterata dal papa    Giovanni Paolo II che dice: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi,    fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica    i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento    che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente    a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata    dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si    ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti    in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità    del matrimonio. La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che    aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a    quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà    a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in    contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in    concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad    esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della    separazione, «assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di    astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Familiaris Consortio, 84).
   
Il    papa Francesco non aveva stabilito «una nuova normativa generale di tipo    canonico, applicabile a tutti i casi» (AL, n. 300). Però nella nota 336,    dichiara: «Nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale, dal    momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione    particolare non c’è colpa grave». Riferendosi evidentemente ai divorziati    risposati il papa afferma in AL, al n. 305: «A causa dei condizionamenti o    dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di    peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo    pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche    crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto    della Chiesa.» Nella nota 351 il papa chiarisce la propria affermazione    dicendo che «in certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti».
   
Nello    stesso capitolo VIII di AL, al n. 298, il Papa parla dei «divorziati che    vivono una nuova unione, … con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione    generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria    situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in    coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce situazioni in    cui «l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione    dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione». Nella nota    329 il Papa cita il documento Gaudium    et Spes in un modo purtroppo non corretto, perché il Concilio    si riferisce in questo caso solo al matrimonio cristiano valido.    L'applicazione di quest'affermazione ai divorziati può provocare    l'impressione che il matrimonio valido venga assimilato, non in teoria, ma    in pratica, ad una unione di divorziati.
   
L'ammissione    dei divorziati-risposati alla Santa Comunione e le sue conseguenze
   
AL    è purtroppo priva delle citazioni verbali dei principi della dottrina    morale della Chiesa nella forma in cui sono stati enunciati al n. 84    dell'Esortazione Apostolica Familiaris    Consortio e nell'Enciclica Veritatis    Splendor del Papa Giovanni Paolo II, in particolare sui    seguenti temi d'importanza capitale: «l'opzione fondamentale» (Veritatis Splendor    nn.67-68), «peccato mortale e peccato veniale» (ibid., n.69-70),    «proporzionalismo, consequenzialismo» (ibid. n.75), «il martirio e le norme    morali universali ed immutabili» (ibid., nn.91ss). Una citazione verbale di    Familiaris consorzio    n.84 e di talune affermazioni più salienti di Veritatis splendor renderebbero peraltro AL    inattaccabile da parte di interpretazioni eterodosse. Delle allusioni generiche    ai principi morali e alla dottrina della Chiesa sono certamente    insufficienti in una materia controversa che è di delicata e di capitale    importanza.
   
Alcuni    rappresentanti del clero e anche dell'episcopato affermano già che secondo    lo spirito del capitolo VIII di AL non è escluso che in casi eccezionali i    divorziati-risposati possano essere ammessi alla Santa Comunione senza che    venga loro richiesto di vivere in perfetta continenza.
   
Ammettendo    una simile interpretazione della lettera e dello spirito di AL,    bisognerebbe accettare, con onestà intellettuale e in base al principio di    non-contraddizione, le seguenti conclusioni logiche:
   
Il    sesto comandamento divino che proibisce ogni atto sessuale al di fuori del    matrimonio valido, non sarebbe più universalmente valido se venissero    ammesse delle eccezioni. Nel nostro caso: i divorziati potrebbero praticare    l'atto sessuale e vi sono anche incoraggiati al fine di conservare la    reciproca "fedeltà", cfr.  AL, 298. Potrebbe dunque darsi    una «fedeltà», in uno stile di vita direttamente contrario alla volontà    espressa di Dio. Tuttavia, incoraggiare e legittimare atti che sono in sé e    sempre contrari alla volontà di Dio, contraddirebbe la Rivelazione    Divina.
   
La    parola divina di Cristo: «Che l'uomo non separi quello che Dio ha unito» (Mt 19, 6) non sarebbe    quindi più valida sempre e per tutti i coniugi senza eccezione.
   
Sarebbe    possibile in un caso particolare ricevere il sacramento della Penitenza e    la Santa Comunione con l'intento di continuare a violare direttamente i    comandamenti divini: «Non commetterai adulterio» (Esodo 20, 14) e «Che    l'uomo non separi quello che Dio ha unito» (Mt 19, 6; Gen 2, 24).
   
L'osservanza    di questi comandamenti e della Parola di Dio avverrebbe in questi casi solo    in teoria e non nella pratica, inducendo quindi i divorziati-risposati    "ad ingannare se stessi (Giacomo    1, 22). Si potrebbe dunque avere perfettamente la fede nel carattere divino    del sesto comandamento e dell'indissolubilità del matrimonio senza però le    opere corrispondenti.
   
La    Parola Divina di Cristo: «Colui che ripudia la moglie e ne sposa un'altra,    commette un adulterio nei suoi confronti; e se una donna lascia il marito e    ne sposa un altro, commette un adulterio» (Mc 10, 12) non avrebbe dunque più validità    universale ma ammetterebbe eccezioni.
   
La    violazione permanente, cosciente e libera del sesto comandamento di Dio e    della sacralità e dell'indissolubilità del proprio matrimonio valido (nel    caso dei divorziati risposati) non sarebbe dunque più un peccato grave,    ovvero un'opposizione diretta alla volontà di Dio.
   
Possono    esservi casi di violazione grave, permanente, cosciente e libera degli    altri comandamenti di Dio (per esempio nel caso di uno stile di vita di    corruzione finanziaria), nei quali potrebbe essere accordato a una determinata    persona, a causa di circostanze attenuanti, l'accesso si sacramenti senza    esigere una sincera risoluzione di evitare in avvenire gli atti di peccato    e di scandalo.
   
Il    perenne ed infallibile insegnamento della Chiesa non sarebbe più    universalmente valido, in particolare l'insegnamento confermato da papa    Giovanni Paolo II in Familiaris    Consortio, n.84, e da papa Benedetto XVI in Sacramentum caritatis,    n,29, secondo il quale la condizione dei divorziati per ricevere i    sacramenti sarebbe la continenza perfetta.
   
L'osservanza    del sesto comandamento di Dio e dell'indissolubilità del matrimonio sarebbe    un ideale non realizzabile da parte di tutti, ma in qualche modo solo per    un'élite.
   
Le    parole intransigenti di Cristo che intimano agli uomini di osservare i    comandamenti di Dio sempre e in tutte le circostanze, anche accettando a    questo fine delle sofferenze considerevoli, ovvero accettando la Croce, non    sarebbero più valide nella loro verità: «Se la tua mano destra ti è causa    di peccato, mozzala e gettala via da te, perché è meglio per te che un tuo    membro perisca, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna»    (Mt 5, 30).
   
Ammettere    le coppie in «unione irregolare» alla santa Comunione, permettendo loro di    praticare gli atti riservati ai coniugi del matrimonio valido, equivarrebbe    all'usurpazione di un potere, che però non compete ad alcuna autorità    umana, perché si tratterebbe qui di una pretesa di correggere la stessa    Parola di Dio.
   
Pericoli    di una collaborazione della Chiesa nella diffusione della "piaga del    divorzio"
   
Professando    la dottrina di sempre di Nostro Signore Gesù Cristo, la Chiesa ci insegna:    "Fedele al Signore, la Chiesa non può riconoscere come Matrimonio    l'unione dei divorziati risposati civilmente. "Colui che ripudia la    moglie per sposarne un'altra commette adulterio contro di lei. Se una donna    ripudia il marito per sposarne un altro, commette adulterio" (Mc, 10, 11-12). Nei loro    confronti, la Chiesa attua un'attenta sollecitudine, invitandoli ad una    vita di fede, alla preghiera, alle opere di carità e all'educazione    cristiana dei figli. Ma essi non possono ricevere l'assoluzione    sacramentale, né accedere alla Comunione eucaristica, né esercitare certe    responsabilità ecclesiali, finché perdura la loro situazione, che    oggettivamente contrasta con legge di Dio” (Compendio di Catechismo della Chiesa Cattolica,    349).
   
Vivere    in un'unione maritale non valida contraddicendo costantemente il    comandamento di Dio e la sacralità e indissolubilità del matrimonio, non    significa vivere nella verità. Dichiarare che la pratica deliberata, libera    ed abituale degli atti sessuali in un'unione maritale non valida potrebbe    in un caso concreto non essere più un peccato grave, non è la verità, ma    una menzogna grave, e dunque non porterà mai una gioia autentica    nell'amore. Permettere dunque a queste persone di ricevere la Santa    Comunione significa simulazione, ipocrisia e menzogna. Resta valida infatti    la Parola di Dio nella Sacra Scrittura: "Chi dice: «Io l'ho    conosciuto», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non    è in lui." (1 Gv, 2,    4).
   
Il    Magistero della Chiesa ci insegna la validità universale dei dieci    comandamenti di Dio: "Poiché essi enunciano i doveri fondamentali    dell'uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel    loro contenuto primordiale, delle obbligazioni gravi. Essi sono fondamentalmente    immutabili e il loro obbligo vale sempre e ovunque. Nessuno può dispensare    da essi." (Catechismo    della Chiesa Cattolica, n. 2072). Coloro che hanno affermato    che i comandamenti di Dio ed il particolare il comandamento "Non    commetterai adulterio" possono avere delle eccezioni, ed in taluni    casi la non imputabilità della colpa del divorzio, erano i Farisei e poi    gli Gnostici cristiani nel secondo e terzo secolo.
   
Le    seguenti affermazioni del Magistero restano sempre valide perché fanno    parte del Magistero infallibile nella forma del Magistero universale e    ordinario: "I precetti negativi della legge naturale sono    universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni    circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata    azione semper et pro semper, senza eccezioni, … ci sono comportamenti che    non possono mai essere, in alcuna situazione, la risposta adeguata … La    Chiesa ha sempre insegnato che non si devono mai scegliere comportamenti    proibiti dai comandamenti morali, espressi in forma negativa nell'Antico e    nel Nuovo Testamento. Come si è visto, Gesù stesso ribadisce    l'inderogabilità di queste proibizioni: «Se vuoi entrare nella vita,    osserva i comandamenti...: non uccidere, non commettere adulterio, non    rubare, non testimoniare il falso» (Mt    19,17-18)" (Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis Splendor, 52).
   
Il    Magistero della Chiesa ci insegna ancor più chiaramente: "La coscienza    buona e pura è illuminata dalla fede sincera. Infatti la carità sgorga, ad    un tempo, "da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede    sincera" (1Tm 1,5    ): [Cf 1Tm    3,9; 2 Tm 1,3;    1794 1 Pt 3,21;    At 24,16]    (Catechismo della Chiesa    Cattolica, 1794).
   
Nel    caso in cui una persona commetta atti morali oggettivamente gravi in piena    coscienza, sana di mente, con libera decisione, con l'intento di ripetere    quest'atto in futuro, è impossibile applicare il principio della    non-imputabilità della colpa a causa delle circostanze attenuanti.    L'applicazione del principio della non-imputabilità a queste coppie di    divorziati-risposati rappresenterebbe una ipocrisia ed un sofisma gnostico.    Se la Chiesa ammettesse queste persone, anche in un solo caso, alla Santa    Comunione, essa contraddirebbe a ciò che professa nella dottrina, offrendo    essa stessa una contro-testimonianza pubblica contro l'indissolubilità del    matrimonio e contribuendo così alla crescita della "piaga del    divorzio" (Concilio Vaticano II, Gaudium    et Spes, 47).
   
Al    fine di evitare una tale intollerabile e scandalosa contraddizione, la    Chiesa, interpretando infallibilmente la verità Divina della legge morale e    dell'indissolubilità del matrimonio, ha osservato immutabilmente per    duemila anni la pratica di ammettere alla Santa Comunione solo quei    divorziati che vivono in perfetta continenza e "remoto scandalo",    senza alcuna eccezione o privilegio particolare.
   
Il    primo compito pastorale che il Signore ha affidato alla sua Chiesa è    l'insegnamento, la dottrina (vedi Mt    28, 20). L'osservanza dei comandamenti di Dio è intrinsecamente connessa    alla dottrina. Per questa ragione la Chiesa ha sempre respinto la    contraddizione fra la dottrina e la vita, qualificando una simile    contraddizione come gnostica o come la teoria luterana eretica del    "simul iustus et peccator". Tra la fede e la vita dei figli della    Chiesa non dovrebbe esserci contraddizione.
   
Quando    si tratta dell'osservanza del comandamento espresso di Dio e    dell'indissolubilità del matrimonio, non si può parlare di interpretazioni    teologiche opposte. Se Dio ha detto: "Non commetterai adulterio",    nessuna autorità umana potrebbe dire: "in qualche caso eccezionale o    per un fine buono tu puoi commettere adulterio".
   
Le    seguenti affermazioni del papa Francesco sono molto importanti, laddove il    Sommo Pontefice parla a proposito dell'integrazione dei divorziati risposati    nella vita della Chiesa: "questo discernimento non potrà mai    prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla    Chiesa. … Vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza,    amore alla Chiesa e al suo insegnamento, … Si evita il rischio che un    determinato discernimento porti a pensare che la Chiesa sostenga una doppia    morale” (AL, 300). Queste affermazioni lodevoli di AL restano tuttavia    senza specificazioni concrete riguardo alla questione dell'obbligo dei divorziati    risposati di separarsi o almeno di vivere in perfetta continenza.
   
Quando    si tratta della vita o della morte del corpo, nessun medico lascerebbe le    cose nell'ambiguità. Il medico non può dire al paziente: "Dovete    decidere l'applicazione della medicina secondo coscienza e rispettando le    leggi della medicina". Un comportamento simile da parte di un medico    verrebbe senza dubbio considerato irresponsabile. E tuttavia la vita    dell'anima immortale è più importante, poiché dalla salute dell'anima dipende    il suo destino per tutta l'eternità.
   
La    verità liberatrice della penitenza e del mistero della Croce.
   
Affermare    che i divorziati risposati non sono pubblici peccatori significa simulare    il falso. Inoltre, essere peccatori è la vera condizione di tutti i membri    della Chiesa militante sulla terra. Se i divorziati-risposati dicono che i    loro atti volontari e deliberati contro il sesto comandamento di Dio non    sono affatto peccati o peccati gravi, essi s'ingannano e la verità non è in    loro, come dice San Giovanni: "Se diciamo di essere senza peccato    inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri    peccati, egli che è fedele e giusto, ci perdonerà i nostri peccati e ci    purificherà da ogni iniquità. Se diciamo "Non abbiamo peccato",    facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi" (1 Gv 1, 8-10).
   
L'accettazione    da parte dei divorziati-risposati della verità che essi sono peccatori ed    anche pubblici peccatori non toglie nulla alla loro speranza cristiana.    Soltanto l'accettazione della realtà e della verità li rende capaci di    intraprendere il cammino di una penitenza fruttuosa secondo le parole di    Gesù Cristo.
   
Sarebbe    molto salutare ripristinare lo spirito dei primi cristiani e del tempo dei    Padri della Chiesa, quando esisteva una viva solidarietà dei fedeli con i    peccatori pubblici, e tuttavia una solidarietà secondo la verità.  Una    solidarietà che non aveva nulla di discriminatorio; al contrario, vi era la    partecipazione di tutta la Chiesa nel cammino penitenziale dei peccatori    pubblici per mezzo delle preghiere d'intercessione, delle lacrime, degli    atti di espiazione e di carità in loro favore.
   
L'Esortazione    apostolica Familiaris    Consortio insegna: " Anche coloro che si sono allontanati    dal comandamento del Signore e continuano a vivere in questa condizione    (divorziati-risposati) potranno ottenere da Dio la grazia della conversione    e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e    nella carità" (n. 84).
   
Durante    i primi secoli i peccatori pubblici erano integrati nella comunità orante    dei fedeli e dovevano implorare in ginocchio e con le braccia alzate    l'intercessione dei loro fratelli. Tertulliano ce ne dà una testimonianza    toccante: "Il corpo non può rallegrarsi quando uno dei suoi membri    soffre. È necessario che tutto intero esso si dolga e lavori alla sua    guarigione. Quando tendi le mani alle ginocchia dei tuoi fratelli, è Cristo    che tocchi, è Cristo che implori. Parimenti, quando loro versano lacrime    per te, è Cristo che compatisce" (De    paenitentia, 10, 5-6). Nello stesso modo parla Sant'Ambrogio di    Milano: "La Chiesa intera ha preso su di sé il fardello del peccatore    pubblico, soffrendo con lui per mezzo di lacrime, preghiere e dolori"    (De paenitentia,    1, 81).
   
È    vero che le forme della disciplina penitenziale della Chiesa sono cambiate,    ma lo spirito di questa disciplina deve restare nella Chiesa di tutti i    tempi. Oggi, alcuni preti e vescovi, basandosi su alcune affermazioni di    AL, cominciano a far intendere ai divorziati-risposati che la loro    condizione non equivaleva allo stato oggettivo di peccatore pubblico. Essi    li tranquillizzano dichiarando che i loro atti sessuali non costituiscono    un peccato grave.  Un simile atteggiamento non corrisponde alla    verità. Essi privano i divorziati-risposati della possibilità di una    conversione radicale all'obbedienza alla volontà di Dio, lasciando queste    anime nell'inganno. Un tale atteggiamento pastorale è molto facile, a buon    mercato, non costa niente. Non costa lacrime, preghiere ed opere    diintercessione e di espiazione fraterna in favore dei    divorziati-risposati.
   
Ammettendo,    anche solo in casi eccezionali, i divorziati-risposati alla Santa Comunione    senza chieder loro di cessare di praticare gli atti contrari al sesto    comandamento di Dio, dichiarando inoltre presuntuosamente che l loro atti    non sono peccato grave, si sceglie la strada facile, si evita lo scandalo    della croce. Una simile pastorale dei divorziati-risposati è una pastorale    effimera e ingannatrice. A tutti coloro che propagandano un simile facile    cammino a buon mercato ai divorziati-risposati Gesù rivolge ancora oggi    queste parole: " Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo,    perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! Allora Gesù disse ai    suoi discepoli: "Se qualcuno vuol seguirmi, che rinunzi a se stesso,    prenda la sua croce e mi segua" (Mt    16, 23-25).
   
Riguardo    alla pastorale dei divorziati-risposati, oggi bisogna ravvivare anche lo    spirito di seguire Cristo nella verità della Croce e della penitenza, che    solo porta una gioia permanente, evitando le gioie effimere che sono in fin    dei conti ingannatrici. Le seguenti parole del papa San Gregorio Magno si    rivelano veramente attuali e luminose: "Non dobbiamo abituarci troppo    al nostro esilio terreste, le comodità di questa vita non devono farci    dimenticare la nostra vera patria così che il nostro spirito non divenga    sonnolento in mezzo alle comodità. Per questo motivo, Dio unisce ai suoi    doni le sue visite o punizioni, affinché tutto ciò che c'incanta in questo    mondo, divenga per noi amaro e si accenda nell'anima quel fuoco che ci    spinge sempre di nuovo verso il desiderio delle cose celesti e ci fa    progredire. Quel fuoco ci ferisce in modo piacevole, ci crocifigge    dolcemente e ci rattrista gioiosamente" (In Hez, 2, 4, 3).
   
Lo    spirito dell'autentica disciplina penitenziale della Chiesa dei primi    secoli è perdurato nella Chiesa di tutti i tempi fino ad oggi. Abbiamo    l'esempio commovente della Beata Laura del Carmen Vicuna, nata in Cile nel    1981. Suor Azocar, che aveva curato Laura, ha raccontato: "Mi ricordo    che quando spiegai la prima volta il sacramento del matrimonio, Laura    svenne, di certo avendo compreso dalle mie parole che sua madre era in    stato di peccato mortale finché fosse rimasta con quel signore. A    quell'epoca, a Junin, una sola famiglia viveva in conformità alla volontà    di Dio." Da allora, Laura moltiplica preghiere e penitenze per la sua    mamma. Il 2 giugno 1901 fa la sua prima comunione, con grande fervore;    scrive le seguenti risoluzioni: "1. Voglio, o mio Gesù, amarti e servirti    per tutta la vita; per questo ti offro tutta la mia anima, il mio cuore,    tutto il mio essere. - 2. Preferisco morire piuttosto che offenderti col    peccato; perciò voglio allontanarmi da tutto quello che potrebbe separarmi    da te. - 3. Prometto di fare tutto il possibile affinché tu sia sempre più    conosciuto e amato, e al fine di riparare le offese che ogni giorno ti    infliggono gli uomini che non ti amano, specialmente quelle che ricevi da    coloro che mi sono vicini. -Oh mio Dio, concedimi una vita di amore, di    mortificazione e di sacrificio!" Ma la sua grande gioia è oscurata nel    vedere che sua madre, presente alla cerimonia, non fa la comunione. Nel    1902, Laura offre la propria vita per sua madre che convive con un uomo in    una unione irregolare in Argentina. Laura moltiplica le preghiere e le    privazioni per ottenere la vera conversione della madre. Poche ore prima di    morire la chiama vicino a sé. Capendo di essere al momento supremo,    esclama: " Mamma, sto per morire. L'ho chiesto io a Gesù e gli ho    offerto la mia vita per la grazia del tuo ritorno. Mamma, avrò la gioia di    vedere il tuo pentimento prima di morire?" Sconvolta, la madre    promette: "Domani mattina andrò in chiesa e mi confesserò". Laura    cerca allora lo sguardo del prete e gli dice: "Padre, mia madre in    questo momento promette di abbandonare quell'uomo; siate testimone di    questa promessa!" E poi aggiunge: "Ora muoio contenta!". Con    queste parole spira, il 22 gennaio 1904, a Junin delle Ande (Argentina), a    13 anni, nelle braccia della madre che ritrova allora la fede ponendo fine    all'unione irregolare nella quale viveva.
   
L'esempio    ammirevole della vita della giovane Beata Laura è una dimostrazione di    quanto un vero cattolico consideri seriamente il sesto comandamento di Dio    e la sacralità e indissolubilità del matrimonio. Nostro Signore Gesù Cristo    ci raccomanda di evitare persino l'apparenza di un'approvazione di una    unione irregolare o di un adulterio. Quel comando divino la Chiesa l'ha    sempre fedelmente conservato e trasmesso senza ambiguità nella dottrina e nella    pratica. Offrendo la sua giovane vita la Beata Laura non si era certo    rappresentata una delle diverse interpretazioni dottrinali o pastorali    possibili. Non si dà la propria vita per una possibile interpretazione    dottrinale o pastorale, ma per una verità divina immutabile e    universalmente valida. Una verità dimostrata con l'offerta della vita da    parte di un gran numero di Santi, da san Giovanni Battista fino ai semplici    fedeli dei giorni nostri il cui nome solo Dio conosce.
   
Necessità    di una "veritatis laetitia"
   
Amoris    laetitia    contiene di sicuro e per fortuna delle affermazioni teologiche e    indicazioni spirituali e pastorali di grande valore. Tuttavia, è    realisticamente insufficiente affermare che AL andrebbe interpretata    secondo la dottrina e la pratica tradizionale della Chiesa. Quando in un    documento ecclesiastico, che nel caso nostro è sprovvisto di carattere    definitivo e infallibile, si rinvengono elementi di interpretazioni ed    applicazioni che potrebbero avere conseguenze spirituali pericolose, tutti    i membri della Chiesa, e in primo luogo i vescovi, quali collaboratori    fraterni del Sovrano Pontefice nella collegialità effettiva, hanno il    dovere di segnalare rispettosamente questo fatto e di chiedere    un'interpretazione autentica.
   
Quando    si tratta della fede divina, dei comandamenti divini e della sacralità e    indissolubilità del matrimonio, tutti i membri della Chiesa, dai semplici    fedeli fino ai più alti rappresentanti del Magistero devono fare uno sforzo    comune per conservare intatto il tesoro della fede e la sua applicazione    pratica. Il Concilio Vaticano II ha in effetti ha insegnato: "La    totalità dei fedeli, avendo l'unzione che viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può    sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso    soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando « dai vescovi fino    agli ultimi fedeli laici » (S. Agostino, De    Praed. Sanct, 14, 27) mostra l'universale suo consenso in cose    di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e    sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il    quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una    parola umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di    Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per    tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più    pienamente l'applica nella vita” (Lumen gentium, 12). Il Magistero, per    parte sua, "non è al di sopra della Parola di Dio, ma è al suo    servizio, poiché insegna solo ciò che è stato trasmesso (Concilio Vaticano    II, Dei Verbum,    10).
   
Fu    proprio il Concilio Vaticano II a incoraggiare tutti i fedeli e soprattutto    i vescovi a manifestare senza timore le loro preoccupazioni ed osservazioni    in vista del bene di tutta la Chiesa. Il servilismo ed il politicamente    corretto causano un male pernicioso alla vita della Chiesa. Il famoso    vescovo e teologo del Concilio di Trento, Melchior Cano, O.P., pronunciò    questa frase memorabile: "Pietro non ha bisogno delle nostre menzogne    e adulazioni. Coloro che ad occhi chiusi ed in modo indiscriminato    difendono ogni decisione del Sommo Pontefice, sono quelli che maggiormente    compromettono l'autorità della Santa Sede. Essi ne distruggono le    fondamenta invece di consolidarle".
   
Nostro    Signore ci ha insegnato senza ambiguità spiegando in cosa consistano il    vero amore e la vera gioia dell'amore: "Colui che ha i miei    comandamenti e li osserva è colui che mi ama" (Gv 14, 21). Dando agli    uomini il sesto comandamento e l'osservanza dell'indissolubilità del    matrimonio, Dio li ha dati a tutti senza eccezione e non solo ad un'élite.    Già nell'Antico Testamento Dio ha dichiarato: Questo comandamento che ti    prescrivo oggi di sicuro non è al di sopra delle tue forze, né fuori della    tua portata" (Deuteronomio    30, 11) e "Se vuoi, osserverai i comandamenti;
   
l'essere    fedele dipenderà dal tuo buonvolere." (Siracide, 15, 15). E Gesù disse a tutti:    "Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Quali? E Gesù    rispose: Non ucciderai; non commetterai adulterio" (Mt 19, 17-18).    L'insegnamento degli Apostoli ci ha trasmesso la stessa dottrina:    "Poiché l'amore di Dio consiste nell'osservare i suoi comandamenti. E    i suoi comandamenti non sono gravosi" (1 Gv 5, 3).
   
Non    vi è una vita vera, soprannaturale ed eterna, senza l'osservanza dei    comandamenti di Dio: "Ti prescrivo di osservare i suoi comandamenti.    Ho posto davanti a te la vita e la morte. Scegli la vita!"    (Deuteronomio 30, 16-19). Non vi è dunque una vera vita e una vera gioia    d'amore autentica senza la verità. "L'amore consiste nel vivere    secondo i suoi comandamenti" (2 Gv 6). La gioia d'amore consiste nella    gioia della verità. La vita autenticamente cristiana consiste nella vita e    nella gioia della verità: "Per me non c’è gioia maggiore di quella che    provo nel sapere che i miei figli vivono ubbidendo alla verità." (3 Gv 4).
   
Sant'Agostino    ci spiega l'intimo legame fra la gioia e la verità: "Chiedo a tutti    loro se non preferiscono la gioia della verità a quella della menzogna. Ed    essi non esitano qui più che per la risposta alla domanda sulla felicità.    Perché la vita felice consiste nella gioia della verità, noi tutti vogliamo    la gioia della verità" (Confessioni,    X, 23).
   
Il    pericolo di una confusione generale per quanto riguarda l'indissolubilità    del matrimonio
   
Ormai    da tempo, nella vita della Chiesa, si constata in alcuni luoghi, un tacito    abuso nell’ammissione dei divorziati-risposati alla Santa Comunione, senza    chiedere loro di vivere in perfetta continenza. Le affermazioni poco chiare    nel capitolo VIII della AL hanno dato nuovo dinamismo ai propagatori    dichiarati della ammissione, in singoli casi, dei divorziati-risposati alla    Santa Comunione.
   
Possiamo    ora constatare che l'abuso ha iniziato a diffondersi maggiormente nella    pratica sentendosi in qualche modo legittimato. Inoltre vi è confusione per    quanto riguarda l'interpretazione principalmente delle affermazioni    riportate nel capitolo VIII della AL. La confusione raggiunge il suo apice    poiché tutti, sia i sostenitori della ammissione dei divorziati-risposati    alla Comunione sia i loro oppositori, sostengono che « La dottrina    della Chiesa in questa materia non è stata modificata ».
   
Tenendo    debitamente conto delle differenze storiche e dottrinali, la nostra    situazione mostra alcune somiglianze e analogie con la situazione di    confusione generale della crisi ariana del 4° secolo. All’epoca, la fede    apostolica tradizionale nella vera divinità del Figlio di Dio fu garantita    mediante il termine "consustanziale" ("homoousios"),    dogmaticamente proclamata dal Magistero universale del Concilio di Nicea I.    La crisi profonda della fede, con una confusione quasi universale, fu    causata principalmente dal rifiutare o dall’evitare di utilizzare e    professare la parola "consustanziale" ("homoousios").    Invece di utilizzare questa espressione, si diffuse tra il clero e    soprattutto tra l'episcopato l’utilizzo di formule alternative che alla    fine erano ambigue e imprecise come ad esempio "simile nella    sostanza" ("homoiousios")    o semplicemente "simile" ("homoios"). La formula "homoousios" del    Magistero universale di quel tempo esprimeva la divinità piena e vera del    VERBO in modo così chiaro da non lasciare spazio ad interpretazioni    equivoche.
   
Negli    anni 357-360 quasi l'intero episcopato era diventato ariano o semi-ariano a    causa dei seguenti avvenimenti: nel 357 papa Liberio firmò una delle    formule ambigue di Sirmio, nella quale era stato eliminato il termine    "homoousios". Inoltre, il Papa scomunicò, in maniera scandalosa,    sant’Atanasio. Sant’Ilario di Poitiers fu l’unico vescovo ad aver mosso gravi    rimproveri a Papa Liberio per tali atti ambigui. Nel 359 i sinodi paralleli    dell'episcopato occidentale a Rimini e di quello orientale a Seuleukia    avevano accettato delle espressioni completamente ariane peggiori ancora    della formula ambiguo firmata da Papa Liberio. Descrivendo la situazione di    confusione dell’epoca, san Girolamo si espresse così: « “il mondo    gemette e si accorse con stupore di essere diventato ariano. » («Ingemuit totus orbis, et arianum se    esse miratus est » : Adv. Lucif., 19).
   
Si    può affermare che la nostra epoca è caratterizzata da una gran confusione    riguardo alla disciplina sacramentale per i divorziati-risposati. Ed esiste    un pericolo reale che questa confusione si espanda su vasta scala, se    evitiamo di proporre e proclamare la formula del Magistero universale e    infallibile: « La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che    aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a    quelli che, (…) assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi    dagli atti propri dei coniugi" (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio,    84). Questa formula è purtroppo incomprensibilmente assente da AL. L’AL    contiene invece, in maniera altrettanto inspiegabile, la seguente    dichiarazione: . « In queste situazioni (di divorziati risposati) ,    molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere “come fratello e    sorella” che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune    espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e    possa venir compromesso il bene dei figli» (AL, 298, n. 329). Tale    affermazione lascia pensare ad una contraddizione con l'insegnamento    perenne del Magistero universale, come è stato formulato nel testo citato    della Familiaris Consortio,    84.
   
Si    rende urgente che la Santa Sede confermi e proclami nuovamente,    eventualmente sotto forma di interpretazione autentica di AL, la citata    formula della Familiaris    Consortio, 84.  Questa formula potrebbe essere    considerata, sotto certi aspetti, come l’"homoousios" dei nostri    giorni. La mancanza di conferma in maniera ufficiale ed esplicita della    formula di Familiaris    Consortio 84 da parte della Sede Apostolica potrebbe    contribuire ad una confusione sempre maggiore nella disciplina sacramentale    con ripercussioni graduali e inevitabili in campo dottrinale. In questo    modo si verrebbe a creare una tale situazione alla quale si potrebbe in    futuro applicare la seguente constatazione: « Tutto il mondo gemette e    si accorse con stupore di aver acettato il divorzio nella prassi.» («Ingemuit totus orbis, et divortium    in praxi se accepisse miratus est »).
   
Una    confusione nella disciplina sacramentale nei confronti dei    divorziati-risposati, con le conseguenti implicazioni dottrinali,    contraddirebbe la natura della Chiesa cattolica, così come è stata    descritta da sant’Ireneo nel secondo secolo: « La Chiesa,  avendo    ricevuto questa predicazione e questa fede, benché dispersa nel mondo    intero la conserva con cura come abitando una sola casa; e allo stesso modo    crede in queste verità, come se avesse una sola anima e un solo cuore; e le    proclama, insegna trasmette, con una voce unanime, come se avesse una sola    bocca» (Adversus haereses,    I, 10, 2).
   
La    Sede di Pietro, cioè il Sovrano Pontefice, è il garante dell'unità della    fede e della disciplina sacramentale apostolica. Considerando la confusione    venutasi a creare tra di sacerdoti e vescovi nella pratica sacramentale per    quanto riguarda i divorziati risposati e l'interpretazione di AL, si può    considerare legittimo un appello al nostro caro papa Francesco, il Vicario    di Cristo e « il dolce Cristo in terra » (Santa Caterina da Siena), affinché    ordini la pubblicazione di una interpretazione autentica di AL, che    dovrebbe necessariamente contenere una dichiarazione esplicita del    principio disciplinare del Magistero universale e infallibile riguardo    l’ammissione ai sacramenti dei divorziati-risposati, così come è formulato    nel n. 84 della  Familiaris    consortio.
   
Nella    grande confusione ariana del IV secolo, san Basilio il Grande fece un    appello urgente al papa di Roma affinché indicazze con la sua parola una    chiara direzione per ottenere finalmente l'unità di pensiero nella fede e    nella carità (cf. Ep.    70).  
   
Una    interpretazione autentica di AL da parte della Sede Apostolica porterebbe    una gioia nella chiarezza (« claritatis laetitia ») per tutta la    Chiesa. Tale chiarezza garantirebbe un amore nella gioia (« amoris    laetitia »), un amore e una gioia che non sarebbero secondo la mente    degli uomini, ma secondo la mente di Dio (cf. Mt 16, 23). Ed è questo ciò che conta per    la gioia, la vita e la salvezza eterna di divorziati-risposati e di tutti    gli uomini.
   
+    Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria    Santissima in Astana, Kazakhstan
                 
          
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