Dittatura del Relativismo 13 Settembre 2015 - Fidesetratio

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La “dittatura del relativismo”
Che cos’è, e perché bisogna opporvi resistenza attiva,
con la retta ragione e con la fede
di Antonio Livi

L’espressione «dittatura del relativismo» è del card. Joseph Ratzinger, che la utilizzò nell’omelia durante la Messa pro eligendo Romano Pontifice; non è priva di importanza storico-dottrinale, in quanto si trattava di un discorso dal carattere programmatico, pronunciato nell’imminenza dell’elezione del porporato tedesco al soglio pontificio (2005). L’utilizzo di questa espressione è poi divenuta una costante nel magistero di Benedetto XVI , e oggi, quando il timone della Barca di Pietro è passato nelle mani di papa Francesco (2013), spetta certamente a costui di farsi carico dell’eredità pastorale che il suo predecessore gli ha lasciato . Io qui voglio però sottolineare come spetti a tutti i credenti, con il Papa e assecondando le sue direttive dottrinali, di reagire di fronte alla propaganda del relativismo e di resistere alla pressione mediatica con la quale esso minaccia di rendere difficile, se non impossibile, la l’annuncio e la testimonianza della verità di Cristo nella società civile.

L’essenza antimetafisica del relativismo
Il relativismo consiste essenzialmente nell’affermare che ogni principio metafisico, ogni tesi teoretica, ogni valore morale è “figlio del suo tempo”, è relativo agli interessi di un ceto sociale, è espressione di una tradizione particolare, è insomma di per sé contingente e transitorio, e quindi non può essere mai un limite al progresso democratico e tecnologico né può essere mai addotto come motivo sufficiente per opporsi all’istituzione di nuovi “diritti civili” e di nuove esigenze di “riforma” degli istituti giuridici. Il relativismo consiste, in altri termini, in una giustificazione ideologica (retorica) di un processo politico mondiale che mira a eliminare ciò che resta dell’ordine naturale, ossia la religione naturale, il diritto naturale, la famiglia naturale, la procreazione naturale, la differenza sessuale naturale, la naturale gerarchia delle funzioni sociali. Il relativismo non si può dunque comprendere e apprezzare come si possono e si devono devono comprendere e apprezzare tutte le tesi di vera e propria filosofia (ossia, basate su principi di logica e di metafisica), ma va inteso piuttosto come una prassi. 
La prassi che strumentalmente (per il procacciamento del consenso delle masse) utilizza concetti e ragionamenti filosofici si chiama, stando al lessico della moderna sociologia della conoscenza, “ideologia”. I discorsi ideologici non rivelano per principio i criteri di verità dai quali partono, ma questi criteri inevitabilmente ci sono, perché la critica – in questo caso la critica del diritto naturale e della religione rivelata – presuppone un criterio assunto fin dal principio come verità assoluta da cui dedurre l’ammissibilità di ogni altra ipotesi di verità . Ma i discorsi ideologici non possono nascondere del tutto gli interessi materiali e le finalità di potere che li ispirano. La filosofia, quando è fedele alla sua missione critica e sapienziale, è sempre in grado di smascherare questi interessi materiali e queste finalità di potere, come fece Platone nei riguardi dei Sofisti. 
Oggi l’analisi filosofica dei discorsi di stampo relativistico (nei media, dalla cattedre universitarie, nei parlamenti, nei tribunali, nelle corti costituzionali) è sempre in grado di rilevare il vero obiettivo che i propagandisti dell’irrazionalità si sono prefissi, ossia la definitiva “morte di Dio” in ogni spazio culturale esistente di fatto nelle società occidentali.
Da almeno tre secoli il progetto antiteistico non si limita a negare l’esistenza di Dio con argomenti ricavati dall’agnosticismo kantiano oppure dal materialismo dialettico marxista o dall’evoluzionismo darwiniano (argomenti, tuti questi, privi di reale consistenza teoretica) ma mira a squalificare la fede nella rivelazione divina, riducendola ad appartenenza sociologica, ad affidamento a una tradizione o ad altre forme di opzione volontaristica: insomma, la confusa e contraddittoria polemica contro il “dogmatismo” della metafisica teista e i “praeambula fidei” altro non è se non il tentativo (già adesso in parte riuscito) di imporre agli stessi credenti l’idea che la loro fede sia razionalmente infondata, o che comunque non riguardi la verità della parola di Dio, espressa formalmente dai dogmi . 
È dunque il valore aletico del dogma l’obiettivo finale della polemica anticristiana dei fautori del relativismo. Sicché appare evidente che la “dittatura del relativismo” attenta realmente alla fede cattolica: sia dall’esterno, con la propaganda dell’ateismo (e del secolarismo e con la polemica antidogmatica (in Italia ne sono alfieri Gianni Vattimo, Paolo Flores d’Arcais, Giulio Giorello, Piergiorgio Odifreddi; in America, Richard Rorty); sia all’interno, con l’imposizione, anche dall’alto di talune cattedre episcopali, di una teoria eretica circa la fede, la quale non richiederebbe alcuna certezza, ma anzi l’umiltà di non avere certezze da offrire agli altri (con il pretesto che ciò significherebbe mancare di rispetto verso chi non crede, presentandosi come superiori o migliori).
Così compreso nelle sue motivazioni profonde, il relativismo, con la sua pervasività mediatica e la sua effettiva dittatura istituzionale, legislativa e burocratica, è il maggior attentato alla verità cattolica, la quale ― per questo, come per tanti altri motivi ― necessita di una efficace difesa sul piano scientifico-culturale. 

Presupposto essenziale di questa difesa (apologia) è l’aver compreso a fondo, innanzitutto, l’essenza eminentemente razionale della dottrina cristiana, e poi anche l’aver saputo individuare da quale parte essa viene contestata. Nei discorsi di Benedetto XVI ci sono indicazioni precise e tecnicamente inappuntabili sui termini do questa dialettica: da una parte, appunto, il messaggio cristiano, che si presenta legittimamente come l’unica verità che salva; dall’altra, la reazione neopagana, che pretende di fornire argomenti razionalmente validi (filosofici, antropologici, scientifici, storici) con i quali si dimostrerebbe la non-credibilità del cristianesimo. 
Questa reazione neopagana, peraltro, si presenta con i connotati più vistosi della modernità occidentale (il soggettivismo, l’intellettualismo illuministico, l’estetismo romantico, lo scientismo neopositivistico, il pragmatismo politico, sia conservatore che rivoluzionario), ma non è affatto dissimile dall’antica reazione pagana, quella che si servì della filosofia stoica, epicurea e neoplatonica per squalificare la religione cristiana proprio sul piano della verità, come quando Celso scrisse il suo Discorso vero (Ho alethes logos), volendo dimostrare che i principi metafisici e morali del dogma cristiano (soprattutto l’idea di creazione del nulla e di libertà nell’incontro tra Dio e l’uomo) erano incompatibili con la perfetta razionalità ellenistica.
Anche oggi, la critica del cristianesimo viene condotta da gruppi di pressione ideologica che si servono della filosofia per smentire il cristianesimo sul piano della verità: la differenza, rispetto all’epoca antica, è che oggi la polemica contro la pretese di verità del cristianesimo viene condotta, paradossalmente, con argomenti che si riducono alla negazione di ogni verità. 
Negazione solo retorica, non effettivamente pensata e argomentata, come presto dirò. Gli argomenti sono tanti e diversi l’uno dall’altro, anzi spesso incompatibili l’uno con l’altro (il che conferma il loro uso meramente retorico, ossia strumentale): viene utilizzato, di volta in volta, il soggettivismo di Descartes oppure lo scetticismo di Hume, il fenomenismo di Kant, la dialettica di Hegel, l’irrazionalismo di Kierkegaard, l’antiteismo di Nietzsche, l’empirismo logico del Circolo di Vienna, il materialismo dialettico di Marx-Engels, il pragmatismo di James, la fenomenologia di Husserl, l’esistenzialismo di Sartre, l’ontologia esistenziale di Heidegger, l’ermeneutica di Gadamer. 
Il “pensiero debole” di Vattimo è oggi, in Italia (ma anche negli Stati Uniti, grazie alla collaborazione di Richard Rorty e della Columbia University), l’espressione più completa dell’assemblaggio di tutte queste categorie filosofiche , con l’inevitabile esito di un’incessante produzione di discorsi intrinsecamente contraddittori (ma di questo si accorgono solo quei pochi che si sottraggono al fascino ambiguo della retorica, perché dai filosofi si aspettano ragionamenti convincenti).

Si può e si deve parlare di “dittatura”. Prenderne coscienza è la premessa necessaria per una resistenza attiva
A taluni non è piaciuto (è sembrato esagerato, è stato etichettato come ingiustificato allarmismo e come retorico vittimismo) il termine “dittatura” applicato da Ratzinger all’ideologia del relativismo. Ma anche un intellettuale come Marcello Veneziani, che non amerebbe essere definito “cattolico”, ha ancora recentemente fatto delle considerazioni (riguardanti in particolare la questione giudiziaria in Italia) che confermano il legame intrinseco tra l’ideologia del relativismo e l’istaurazione di sistemi di potere politico di stampo dittatoriale: "Quando cadono i principi fondamentali di una civiltà, quando si respinge ogni verità oggettiva, e non c'è più una morale condivisa, una religione rispettata, un comune amor patrio a cui rispondere, allora l'unico criterio supremo che stabilisce i confini del bene e del male e le relative sanzioni è la Legge. In teoria, la legge è un argine al male. Ma in una società relativista che non crede più in niente, chi amministra la Legge, chi decide e sentenzia in suo nome, dispone di un potere assoluto, irrevocabile e autonomo che spaventa. Risponde solo a se stesso, in quanto è la stessa magistratura a interpretare la legge. L'unica differenza che c'è tra il potere dei magistrati e il potere degli ayatollah è che questi decidono e agiscono nel nome di una religione millenaria, radicata e largamente condivisa dal popolo su cui esercitano la loro autorità".

I magistrati, invece, sono la voce e il bastone di una setta che dispone del monopolio della forza, cioè il potere di revocare libertà, diritti e proprietà secondo la loro indiscutibile interpretazione della Legge. I confini tra le prove e gli indizi vengono superati a loro illimitata discrezione, e così quelli tra testimoni e imputati, se i primi non confermano i dettami del magistrato; le garanzie e i diritti elementari non contano rispetto ai loro responsi sovrani e non contano nemmeno gli effetti pubblici, politici, economici, che essi producono con le loro sciagurate sentenze. Possono sfasciare imprese e perfino economie nazionali, governi, alleanze, partiti, famiglie e persone.
L'arbitrio nel nome della Legge è il peggiore degli arbitri perché è ammantato di oggettività e di obbligatorietà, non è sottoposto a nessun vincolo se non la legge da loro stessi interpretata e amministrata. Talvolta il dispotismo giudiziario viene esteso ad altri enti, come le agenzie delle entrate quando possono usare poteri enormi in materia di controllo, sanzione, pignoramenti e interessi di mora. Gli effetti anche in quel caso sono devastanti. Non credo che i magistrati siano una specie malefica, quasi un'etnia feroce e una razza padrona. Sono nella media. Così come non credo che le agenzie di prelievo siano guidate da vampiri malvagi. Il problema è che se in una società incarognita e nichilista come la nostra che ha perso i confini del bene e del male, dove tutto è soggettivo e ognuno si stabilisce le regole di vita, dai a qualcuno un potere smisurato, l'abuso di potere è pressoché inevitabile. 
È questo che rende particolarmente efferata e nefasta la loro azione al riparo da chiunque contesti la facoltà, il metodo e il merito delle loro decisioni» . “Dittatura”, in fondo, vuol dire violenza: la legge della forza che sostituisce nei fatti la forza della legge; non più iussum quia iustum ma iustum quia iussum. 
È proprio il contrario di quello che vorrebbe far credere un relativista esemplare come Gianni Vattimo quando sostiene che la pretesa di una verità assoluta, quale che sia, porta alla violenza.

Il dovere di resistere
Se l’espressione “dittatura”, usata da Ratzinger, aveva un senso preciso- e chi ne abbia seguito gli insegnamenti non può dubitare che ce l’avesse –, allora la reazione dei credenti – ognuno nel suo proprio ambito di attività civile, ed eventualmente anche ecclesiale – non può che essere designata come “resistenza”: resistenza a un trend ormai non più solo occidentale ma addirittura globale di riforme legislative (soprattutto in materia di diritto di famiglia e di tutela dei nascituri, dei minori e degli anziani) che rilevano il disegno di eliminare dalla coscienza pubblica la nozione di legge naturale, anzi l’idea stessa che le cose tutte siano create da Dio e abbiano una “natura” voluta dal Creatore e quindi vadano gestite dall’uomo, lì dove egli può intervenire, nel rispetto dell’ordine creato. 
Il sovvertimento dell’ordine sociale e del diritto positivo in quelle materie che Benedetto XVI indicava come particolarmente esposte al relativismo giuridico (egli, si ricorderà, ammoniva in cattolici che operano nella sfera politica a considerarle come connesse a «principi non negoziabili») appare chiaramente come un tentativo dell’ideologia relativistica di ignorare nei discorsi e di distruggere nei fatti l’«opera di Dio» (opus creationis e opus redemptionis), quella che i Padri della Chiesa d’Oriente chiamavano l’oikonomia. Si tratta, insomma, non tanto di ingenuo ateismo professato dalle masse secolarizzate, quanto di vero e proprio antiteismo (un tentativo folle di “uccidere Dio” che appare, alla luce della Rivelazione, come tipicamente satanico, quale che sia di fatto la consapevolezza di chi lo attua).
In questa prospettiva storico-cultuale, la difesa scientifica della verità cattolica richiede di smentire sistematicamente le pretese di ragione, di razionalità e di ragionevolezza del relativismo. 
La razionalità sta tutta dalla parte della verità cattolica: sia perché è dimostrabile e dimostrato che essa è razionalmente credibile, sia anche perché l’accettazione dei misteri rivelati, ossia la fede dei credenti in Cristo, poggia su ragioni personali che hanno tutte il crisma della piena razionalità, anche se appartengono alla coscienza del singolo. 
I credenti hanno dunque il diritto e il dovere di proclamare la dottrina rivelata da Dio come assolutamente vera, anzi come l’unica verità che salva. Ma tutto ciò comporta che ci siano anche delle verità naturali, con carattere assoluto, che rendono possibile comprendere e accettare la rivelazione divina: sono quelle verità che Tommaso d’Aquino ha chiamato «praeambula fidei». 
Esse coincidono con quelle evidenze naturali, innegabili, che io chiamo, con un termine moderno, il “senso comune”.
Esse consentono di individuare nella conoscenza umana una gerarchia, una struttura consequenziale, per cui una verità presuppone un’altra come sua condizione di possibilità, fino ad arrivare, appunto, alle verità originarie del senso comune. 
Contro di esse, nessuna tesi può essere presa per vera ma è da considerarsi falsa; senza di esse, una tesi può essere solo ipotetica, ossia è da considerarsi come mera opinione soggettiva o di gruppo. 
L’opinione, questa sì, è il campo del relativo. Ma il relativo non annulla l’assoluto, anzi, lo presuppone. Ecco allora fissare le leggi fondamentali della logica aletica
Ora, dunque, la logica aletica fa comprendere che le certezze del senso comune e i primi principi sono di fatto alla base del pensiero umano, e quindi sono la premessa, almeno implicita, di ogni tesi, di ogni affermazione, di ogni ragionamento. Ma la volontà di negare l’evidenza può portare a negare che ci sia una verità assoluta in qualche ambito della conoscenza umana. 
Di qui la contraddittorietà intrinseca a ogni forma di relativismo. 
In ogni momento del suo ragionamento, il fautore del relativismo nega ciò che prima ha affermato e afferma ciò che prima ha negato. Ma la contraddizione sta proprio nell’affermazione assoluta della relatività (storica, economica, culturale) di ogni pretesa di verità, il che costituisce logicamente un self-denying principle. 
Così la logica aletica viene confermata dalla logica pragmatica. In polemica con il cristianesimo, il fautore del relativismo nega per principio che si possa sostenere e annunciare una verità assoluta riguardo a Dio (che è innegabilmente l’Assoluto), ma poi difende il fanatismo politico-religioso dell’Islam, censurato solo occasionalmente, ad esempio quando si tratta di omologare il “fondamentalismo islamico” al “fondamentalismo cattolico” (come facevano i Radicali con lo slogan: “No Taleban, no Vatican!”); non solo, ma impone all’opinione pubblica, con la perentorietà e l’assolutezza che sono tipiche del fanatismo religioso, tesi politiche di per sé solo opinabili, nel migliore dei casi. 
Già il Santo papa Giovanni Paolo II, sollecito dell’ordine politico mondiale basato sul rispetto dei dritti e la soluzione pacifica dei conflitti non esitò a rilevare: «Chi uccide con atti terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso l'umanità, manifestando disperazione nei confronti della vita e del futuro : tutto, in questa prospettiva, può essere odiato e distrutto. Il terrorista ritiene che la verità in cui crede o la sofferenza patita siano talmente assolute da legittimarlo a reagire distruggendo anche vite umane innocenti» .

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  GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la Giornata mondiale della pace dell’anno 2002, § 6-8.
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