Mesolella Mario una splendida testimonianza - Fidesetratio

Vai ai contenuti

Menu principale:

eb

Sono Mario Mesolella. Ho conosciuto mons. Antonio Livi circa otto anni fa  all’Università Lateranense quando era decano della facoltà di filosofia, mi sono iscritto, ho conseguito sotto la sua guida tutti i gradi accademici, fino ad arrivare al dottorato che conseguirò ad ottobre. Mons. Livi in questi anni mi ha trasmesso una tale passione per la ricerca della verità e un profondo amore verso la dottrina rivelata, che ho sentito man mano l’esigenza di intraprendere un serio cammino di discernimento che, a conti fatti, mi porterà nei primi di settembre in seminario per iniziare la formazione al sacerdozio. Questa è dunque per me un’occasione preziosa per ringraziare mons. Livi e per testimoniare che il suo impegno non è un mero parlare, ma un servizio ecclesiale che porta frutto. E i frutti sono quelli dell’albero della croce che non hanno alcuna risonanza nel mondanità sia di tipo laicista che di imprecisata appartenenza ecclesiale.

Capite bene, ora, che ad un futuro seminarista, formato alla ricerca della verità e all’amore della dottrina rivelata, interessa molto come difendersi dalla dittatura del relativismo! Oggi, come può difendersi un ragazzo che ha percepito la chiamata del Signore al sacerdozio, sapendo che il “fumo di satana” è entrato anche nella famiglia ecclesiale e che opera incessantemente affinché proprio la verità venga taciuta e distorta?
In questi anni di studio ho visto soffrire troppo le persone che mi hanno formato solo perché, dicendo la verità, hanno semplicemente assolto al loro dovere di cattolici. Questo, da un lato mi incoraggia perché è conforme alle dinamiche evangeliche, dall’altro mi spaventa.

Ciò che oggi scandalizza nella Chiesa, a mio parere, non è l’autoreferenzialità di alcune teologie deviate, che distolgono dalla buona dottrina o tentano di protestantizzare la fede cattolica (ci sono sempre state e per quanto possano entusiasmare momentaneamente ingenti masse di persone, prima o poi sono destinate all’estinzione). Ciò che scandalizza è il carattere totalitario che queste tendenze teologiche hanno, anche nei confronti del Magistero e della Tradizione: esse non permettono la divulgazione di altre possibili interpretazioni del dogma se non sono confacenti al proprio modo relativista di pensare. Questo è un vero scandalo per un cristiano, anche per un fideista. Perché il solo pensiero che un percorso alternativo al proprio (qualsiasi esso sia) possa procurare nuove membra al corpo mistico di Cristo, se pur non condiviso dovrebbe essere accettato e rispettato se si ha a cuore l’evangelizzazione. Pertanto un Tarquinio, se è cattolico, non dovrebbe indignarsi  se Livi, pur lavorando nella vigna del Signore, non la pensa come un priore che in realtà non è un priore.

È dunque l’isolamento del saggio lo scopo della dittatura del relativismo. Nel terzo capitolo de Le metamorfosi della città di Dio, Etienne Gilson si sofferma sulla figura di Ruggero Bacone, un francescano del XIII secolo, il quale, a detta di Gilson, se non avesse avuto un carattere irruento, oggi sarebbe ricordato come il dottore della cristianità. Scrive Gilson: «Meno prudente o più zelante di Cartesio, Ruggero Bacone moltiplica intorno a sé le diffidenze e i sospetti. Condannato nel 1277 dal capitolo generale dell’ordine che si tenne quell’anno a Parigi, rimase in prigione dal 1278 al 1292, cioè fin quasi alla morte. Di novità certo la sua opera era piena e che molte di esse fossero sospette lo concediamo volentieri. Esse sarebbero apparse assai meno pericolose se Bacone anziché limitarsi ad affermare che aveva ragione, avesse ripetuto con meno insistenza che gli altri avevano torto. (p. 122)». A mio parere oggi, la situazione è molto più complicata.

Un uomo di buona volontà che riconosce nella Chiesa di Cristo il luogo della Verità e della Salvezza, fa molta fatica a condividere la ricchezza sapienziale che Essa contiene e spesso, per amor proprio e del Vangelo è costretto a denunciare il disordine e l’ignoranza che dilaga all’intorno. Tuttavia, la perversa macchina del potere che oggi (come sempre) detiene l’egemonia culturale e che ha fatto breccia anche nella Chiesa, ha fatto sì che ogni opposizione al “sistema” entrasse nelle dinamiche di un circolo vizioso che spesso diviene il luogo del “martirio sociale” di molti sacerdoti e uomini di buona volontà. Tutto nasce da un totale isolamento delle persone di buona dottrina.

Queste nel tentativo di liberarsi dall’isolamento sono costretta a scalciare, mostrando con chiarezza gli errori che caratterizzano i “falsi maestri” tanto osannati dalla stampa e da media. A questo punto la critica al cattivo teologo prende il sopravvento sulla bontà della dottrina di chi si espone, causando allo stesso una condizione di maggiore isolamento e di sospetto (è pazzo… è oscurantista… i suoi ragionamenti sono datati… e ingenuo… ecc).  
Domanda: Premesso che l’unico motivo che ci spinge ad aderire e a comunicare la buona dottrina è l’empatia al desiderio divino “affinché tutti gli uomini siano salvati”, è possibile un modo per aggirare l’ostacolo? È possibile un’ulteriore strada per evitare di entrare in questo circolo vizioso costruito a tavolino per farci sembrare degli oppositori ciechi piuttosto che dei promulgatori di buona dottrina? Oggi penso che sia importante per noi porci questo problema di metodo, per cercare insieme di risolverlo e di aiutarci vicendevolmente per essere meno isolati e più ascoltati.



Torna ai contenuti | Torna al menu