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Dallo scientismo al fideismo: l’insensata apologetica degli scienziati cattolici che ignorano la metafisica


Lucio Rossi: ci vuol più "fede" a non credere. Con questo titolo, giornalisticamente assai efficace, Fabio Spina ha riportato sulla Bussola Quotidiana del 29 gennaio scorso i contenuti di un’intervista a Lucio Rossi, il fisico che ha presidiato fin dal 2001 la costruzione e la messa in produzione dell’HLC, il Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle lungo diversi chilometri che al Cern di Ginevra ha permesso di dimostrare l’esistenza di una particella (il cosiddetto Bosone di Higgs), fino a pochi mesi fa solo ipotizzata. Rossi, che si professa cattolico, ripete il solito discorso (che fu già dell’ebreo Albert Einstein) circa la struttura razionale della realtà fisica, che consentirebbe a chi vuol “credere in Dio” di fare quest’atto di fede senza  “contraddire la scienza”.

Il fisico afferma testualmente: «Quando si vede come è organizzato il mondo, da che leggi precisissime è retto, non vedo certo contraddizioni con la fede in Dio. So che è una posizione minoritaria (ma non troppo) nel mondo scientifico, tuttavia la negazione della fede è certamente un atto arbitrario. Io vedo che nel mio lavoro di scienziato e dirigente di ricerca, la posizione integralmente umana, quale professata dal cristianesimo, non solo aiuta a far meglio ad avere una posizione più efficace nel contesto stesso del lavoro ma mi sembra che sia più adeguata agli indizi che la natura ci lascia». Può sembrare un discorso di intelligente difesa della razionalità della fede cristiana, un discorso che noi dell’Unione apostolica “Fides et ratio” dovremmo accogliere con soddisfazione. E invece non siamo per nulla soddisfatti, perché la “difesa della verità cattolica” che ci sta a cuore deve essere “scientifica”, ossia fondata e coerente dal punto di vista  logico. Vediamo allora in dettaglio di che cosa si tratta.

Quelle di Lucio Rossi si presentano come affermazioni in difesa della fede cristiana da parte di un fisico che si basa sulla sua specifica competenza
scientifica, e invece sono affermazioni che riguardano una materia che non è la fisica (né la microfisica né la macrofisica o cosmologia) bensì la filosofia (in particolare la metafisica e la filosofia della conoscenza). Non so se il prof. Rossi abbia particolari titoli per parlare con autorevolezza di questa materia, ma da come si esprime si vede che ignora i principi fondamentali dell’epistemologia (la filosofia delle scienze), a cominciare dalla dottrina sulla “demarcazione” dello specifico oggetto di ricerca di ogni scienza, dottrina il cui corollario è che ogni “estrapolazione” da ciò che rientra in quell’ambito è scientificamente privo di valore.

Quello che di accettabile c’è nel discorso del prof. Rossi non si può in alcun modo ricavare dai rilevamenti della fisica (che si interessa solo dei processi materiali empiricamente verificabili e sulla loro formalizzazione matematica) ma si basa soltanto sul buon senso, ossia sui principi del “senso comune” (inteso come quella “filosofia implicita” della quale parla la Fides et ratio di Giovanni Paolo II), che grazie a Dio resistono a mille sovrastrutture ideologiche che vi si sono sovrapposte ai nostri giorni.  Peraltro, la certezza che l’umanità ha sempre avuto circa l’esistenza di Dio appartiene proprio al senso comune (anche se la filosofia di tutti i tempi l’ha sempre confermata al livello metafisico) e questo spiega che la religione, anche la religione rivelata,  non abbia mai avuto come obiettivo annunciare l’esistenza di Dio (questa è data come presupposto per l’accettazione di una rivelazione soprannaturale) ma far conoscere ciò che di Dio l’uomo non può arrivare a sapere con le sole forze della ragione naturale.

Stando così le cose, si vede subito che il bravo Rossi non capisce la differenza tra conoscenza naturale dell’esistenza di Dio e conoscenza dei misteri soprannaturali, rivelati da Dio. La parola “fede”, che egli usa confusamente e contraddittoriamente, si applica solo all’accettazione di quanto Dio ha rivelato di Sé progressivamente con i Profeti e definitivamente con Gesù, il Verbo di Dio incarnato, il rivelatore del Padre. Parlare di “credere in Dio” riferendosi alla sua esistenza, che – ripeto – è una certezza accessibile alla ragione umana, è segno di ignoranza della teologia e ancora prima della filosofia. Una persona minimamente competente   in materia filosofica non  direbbe mai che Platone e Aristotele (i due massimi esponenti della filosofia classica) erano dei “credenti”: eppure accettavano l’esistenza di Dio data per scontata dalla religione e ne dimostravano la fondatezza logica con le dimostrazioni metafisiche! Lo stesso dicasi di Descartes, di Leibniz, di Kant, di Hegel, di Schelling, di Kierkegaard, di Rosmini, di Bergson, di Gentile…

Certo, nessuno esige che i fisici conoscano la filosofia: ma il fatto è che loro parlano dell’essere (del mondo, dell’uomo, di Dio), che non è oggetto delle scienze della natura fisica ma è oggetto della metafisica, che è appunto la scienza dell’essere, ossia della realtà tutta (materiale e spirituale, attuale e possibile) in quanto tale. I fisici invadono il campo della metafisica ignorandone l’esistenza e la validità razionale. Così facendo, essi trasformano la loro documentata competenza sui fenomeni materiali (che è sempre necessariamente limitatissima, perché il metodo scientifico esige la “demarcazione” rigorosa di ogni ambito di ricerca) in una presunta e presuntuosa competenza in materia filosofica. L’esempio più vistoso che abbiamo in Italia di questa maniera di abusare della credulità popolare,  facendosi vanto della propria competenza scientifica, è Pier Giorgio Odifreddi.

Con la qualifica di matematico (la matematica è la scienza della quantità discreta e della quantità estesa), Odifreddi pretende di avere autorità scientifica per negare le ragioni della metafisica
(sull’esistenza di Dio) o della storiografia (per quanto riguarda l’esistenza storica di Gesù). Da Odifreddi a  Rossi, ossia tra i peggiori e i migliori, ci sono tante differenza, ma in comune c’è quella patologia della scienza che ha un nome tecno ben preciso; lo scientismo.

Sul piano strettamente filosofico, lo scientismo è stato sistematicamente criticato da un  autorevole filosofo della scienza  come Evandro A
gazzi, mentre sul piano propriamente teologico è stato denunciato, come limite della cultura contemporanea ostile alla domanda religiosa, da papa Ratzinger. Di Benedetto XVI  Fabio Spina ha giustamente ricordato o sulla Bussola Quotidiana il celebre discorso di Ratisbona, dove il papa ha detto tra l’altro: «Una ragione che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. Solo un uso distorto della ragione può confinare il tentativo di risposta alle domande fondamentali, cioè la religione, al rango di sottocultura. Sottocultura è, per esempio, la scienza quando si proclama come unica fonte valida di conoscenza, con gli esiti che abbiamo visto generare dai vari razionalismi e società laicizzate del Novecento! O come vediamo oggi nello scempio del nostro pianeta generato da una visione in cui l’uomo integrale, e non una razionalità astratta, non è al centro del dibattito culturale e scientifico». Questa “razionalità astratta”, lontana dalla concretezza del senso comune e della metafisica, si nutre di concetti talmente ambigui da non voler più significare alcunché di vero. L’ambiguità comincia già con l’uso subdolo del termine steso di “scienza”.  

Se questo termine vuol dire qualcosa, vuol dire solo una speciale qualità del sapere umano, il fatto che questo sapere può essere giustificato, in un pubblico dibattito, con ragioni rigorose e coerenti. Nulla più. E invece lo scientismo fa finta di credere che ci sia una sola scienza, magari la fisica, mentre questa qualità del sapere può essere patrimonio di tanti diversi ambiti di ricerca, e quindi noi ci troviamo di fronte a tante diverse scienze: oltre alla fisica, ci sono tante altre scienze della natura (la chimica, la biologia), e inoltre ci sono le scienze umane (l’antropologia, la psicologia, la sociologia, l’economia, la politica) e le scienze storiche… Infine, oltre a tute queste scienze “particolari” c’è anche la “scienza dell’intero”, ossia la metafisica. Come si fa allora a parlare di ciò che “la scienza” dice o non dice rispetto alla religione? Per Auguste Comte, fondatore del positivismo, “la scienza” era solo la sociologia. Per Marx, “la scienza” era l’economia politica. Per Freud, “la scienza” era la psicanalisi. Per il circolo di Vienna,  “la scienza” era la fisica sperimentale… I fautori dello scientismo  sono tutti d’accordo nel dire che “la scienza” detta legge a ogni aspetto della vita umana, compresa la religione, ma poi, se si chiede loro di quale scienza stiano parlando, ognuno si riferisce alla sua e mette da parte le altre!

In Rossi, che si professa credente,  lo scientismo si unisce inevitabilmente al fideismo,
cosa non rara presso gli scienziati di fede cristiana, soprattutto se protestanti o anglicani. Ma anche tanti uomini di scienza di fede cattolica (ad esempio il fisico Antonino Zichichi) si esprimono abitualmente in termini letteralmente fideistici. La fede è presentata come un salto nel mistero, che l’uomo può fare, se vuole, dopo che la scienza gli  ha fornito tutte le conoscenze possibili e necessarie. Tra la scienza e la fede, secondo questi scienziati, non c’è alcuna altra forma di esercizio della ragione. Non c’è il senso comune, non c’è la filosofia. La fede non ha quei presupposti razionali (di ragione naturale) che la dottrina cattolica riconosce invece essere necessari perché l’adesione ai misteri rivelati sia consapevole e adeguata alla verità che Dio comunica. Il fideismo ignora o contraddice il magistero della Chiesa che con il concilio ecumenico Vaticano I (1870) ha formulato il dogma della conoscibilità naturale di Dio come creatore del mondo. Ignora la dottrina tommasiana dei “praeambula fidei”, che Giovanni Paolo II ha riproposto (senza usare  questo termine ma accettandone esplicitamente tutto il contenuto) nella Fides et ratio. Ecco infatti come accenna alla fede cristiana il fisico Rossi in un’altra sua dichiarazione riportata dal servizio giornalistico della Bussola: «Penso che la scienza, come ogni attività umana, possa dare un contributo alla fede, arricchirla e in qualche modo completarla. Posso dire che l’attività scientifica mi conferma nell’ipotesi positiva che la fede mi dà: appunto lo slancio verso il Mistero di cui siamo costituiti è valorizzato dalla scienza e dalla sete di rispondere ad alcune domande fondamentali. Tuttavia vorrei rilevare come la scienza in se stessa non dà una risposte: essa può indicare una strada per chi questa strada vuole vederla e non la indica a chi non vuol vederla.
Alla fine la fede, e la non-fede, resta un atto di libertà e trovo meraviglioso che la scienza strutturalmente rispetta questa libertà. Altrimenti dove sarebbe la nostra libertà se credere o non credere fosse un atto dovuto costretto dalle equazioni della fisica?». Dire che la scienza ci lascia liberi di credere che Dio esiste è un’affermazione assurda dal punto di vista della scienza, ed è un’affermazione incompatibile con la dottrina cattolica  sulla logica della fede.

Mas tant’è. Rossi, avendo sistematicamente confuso la certezza razionale dell’esistenza di Dio con la fede nei misteri rivelati, arriva a fare un discorso senza senso, che non può essere accettato da alcuno scienziato che non sia scientista e da nessun credente che non sia fideista: «L’esistenza di Dio, cioè della fonte di razionalità – dice il fisico del Cern - è una esigenza dell’intelletto ed è non solo incompatibile, ma risulta l’ipotesi più congrua con la inesauribilità della conoscenza. Credo che l’esistenza di un Dio personale, e addirittura Incarnato, non ponga alcun problema alla scienza. Mi sembra anzi che sia la via più certa per affermare che noi siamo fatti strutturalmente per comprendere – e fino in fondo – il mondo fisico e la sua razionalità». Qui siamo di fronte alla confusione totale. L’esistenza di Dio non è oggetto di un calcolo matematico sulle dimensioni spazio-temporali del mondo fisico: non è il rilevamento di un “fenomeno” tra i “fenomeni”, come diceva Giovanni Paolo II, ma è il risultato di una passaggio “dal fenomeno al fondamento”.  

L’esistenza di Dio (non l’Incarnazione del Verbo, che solo la rivelazione divina ci fa conoscere se riconosciamo nella Chiesa il Cristo il Rivelatore del Padre) è oggetto di un’evidenza mediata della ragione umana, che scopre nella realtà un Fondamento, una prima Causa, una provvidenza. La razionalità del reale non è solo l’insieme delle leggi fisiche (come dice lo scienziato Rossi) ma anche e soprattutto il fatto dell’esistenza delle cose, che va spiegata, capita, giustificata: e l’esistenza delle cose non si piega con le cose stesse, essendo esse tutte limitate e quindi incapaci di esistere per necessità metafisica. Questo ragionamento, insomma, è di carattere metafisico, perché riguarda l’essere delle cose, mentre la scienza fisica si occupa solo dei processi materiali sensibili e della loro formalizzazione logico-matematica. La scienza fisica, finché resta fedele al suo oggetto e al suo metodo, non ha motivo di porsi il problema del fondamento metafisico della realtà; e, se anche uno scienziato volesse porsi il problema, non avrebbe comunque  la possibilità di risolverlo sulla base del suo specifico metodo scientifico. Lo scienziato che, parlando da fisico, afferma l’esistenza di Dio (o il contrario) non sfugge al dilemma: o parla da cattivo scienziato, cadendo nell’errore epistemologico dell’estrapolazione, o parla da cattivo filosofo senza conoscere il punto di partenza e i procedimenti dialettici della metafisica. Certo, ha ragione il prof. Rossi nel dire che l’esistenza di Dio interessa ogni soggetto umano che esercita la ragione: ma questo problema, che effettivamente è alla base della razionalità umana, non rientra nei compiti cognitivi della fisica o di altre scienze particolari: è un problema che si pone – e lo risolve – il senso comune di ogni uomo in forma intuitiva, e poi eventualmente se lo pone e lo risolve in forma scientifica (formalizzata) la metafisica.

Certi discorsi che fanno oggi i fisici cattolici sono riportati dalla stampa cattolica come i discorsi edificanti. Ma sono davvero discorsi edificanti? Certamente non lo sono in vista dell’edificazione della vera fede. Simili discorsi possono solo inculcare nei pochi credenti che restano nella società di oggi i germi di quel fideismo sentimentale e volontaristico che porta progressivamente la fede all’estenuazione e infine all’estinzione. L’aver accolto con favore queste dichiarazioni di uno scienziato è comprensibile: rispetto all’ottusa polemica antireligiosa di taluni scienziati, è logico che si vedano con simpatia le dichiarazioni di altri che si mostrano “aperti”. Ma il problema è capire a che cosa, concretamente, si mostrino aperti. Se si mostrano aperti a una concezione della fede, tipica del fideismo, per cui essa non ha giustificazione razionale alcuna ma è solo adesione sociologica a una tradizione, oppure è un sentimento individuale di “bisogno del sacro”, allora questa apertura fa più danno che la chiusura.


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