Pannuti su Shneider 1 ago 17 - Fidesetratio

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Livello 5
Di Francesca Pannuti.
 
Un profondo senso di pace e di serenità ha pervaso la mia anima dopo la lettura di questo testo del Vescovo di Astana, monsignor Schneider. La correttezza dell'interpretazione epistemologica dei testi del Concilio Vaticano II, unita alla lucidità dell’impostazione di fondo che si richiama ad un sano realismo illuminato da una visione soprannaturale, esprimono in pienezza i sentimenti di profondo amore per la Chiesa e di grande sollecitudine per la salvezza delle anime che animano questa singolare figura di Prelato. La sua posizione è sempre stata molto limpida; ne sono testimone per averla ascoltata dalla sua stessa bocca. Anni fa, in una conferenza a Ferrara, egli disse esplicitamente che la causa delle deviazioni teologiche successive al Concilio Vaticano II non va attribuita a quello. E qui lo conferma, delineando in modo cristallino la questione dell’approccio di fondo all'interpretazione dei testi conciliari.
 
 
Sulla stessa linea si pone anche Serafino Lanzetta nel suo saggio Il carattere “pastorale” del Vaticano II tra interpretazioni coerenti (cioè logiche) e interpretazioni incoerenti (cioè arbitrarie), pubblicato nel volume collettaneo Teologia e magistero oggi, curato da Antonio Livi e pubblicato dalla casa editrice Leonardo da Vinci (è il primo volume della collana di epistemologia teologica “Divinitas Verbi”). Serafino Lanzetta, infatti, afferma: «Il problema della qualificazione dottrinale sorse ripetute volte in sede conciliare, ma quasi mai si disse con chiarezza cosa si intendeva per dottrine ancora disputate e per dottrine invece sulle quali vi era un consenso unanime tra i teologi al fine di dirimere la questione del grado di autorità con cui insegnarle… Questa mancanza di chiarezza, che di fatto perdurò fino alla fine, si fa tutt’oggi sentire. In conclusione di questi particolari possiamo affermare che nel Vaticano II si riscontra un attestarsi generale del Concilio sul magistero ordinario autentico quanto all’effettivo esercizio, sebbene la forma rimanga quella di un magistero solenne o supremo perché magistero ordinario. […] L’infallibilità nel Vaticano II si dà solo quando il Concilio reitera dogmi precedentemente definiti. Anche questa è una novità conciliare» (pp. 46-47).
 
 
Monsignor Schneider segnala, altresì, il pericolo che comporta sottovalutare o fraintendere questa questione e assolutizzare certe affermazioni pastorali del Concilio allo scopo di avvalorare tesi teologiche che hanno portato successivamente lontano dalla dottrina cattolica e quindi dal Vangelo. Con estrema pacatezza di toni, monsignor Schneider mette nella dovuta evidenza le dottrine più rilevanti affermate nel Concilio Vaticano II, quelle che ora sono purtroppo messe in secondo piano. Sono persuasa che, come egli afferma, il richiamo alla centralità della Madonna nella Chiesa, alla vocazione universale alla santità, all'impegno costante dei laici all'apostolato, come pure quello al primato dell'adorazione eucaristica siano le premesse indispensabili per il rinnovamento della Chiesa non meno che per quello del mondo oggi. Lo convalida anche l’esperienza di coloro che vivono secondo queste verità.
 
 
Già Paolo VI lo puntualizzava bene: «Ricordiamo le parole del Signore, nella sua preghiera sacerdotale, all’appressarsi dell’imminente passione: Ego sanctifico meipsum, ut sint et ipsi santificati in veritate” (Gv 14, 9). Saranno, invero, la conversione e la santità personale a convincere il mondo» (Discorso in apertura del secondo periodo del Concilio , 29 settembre 1963). Laddove, infatti, questi temi vengono tuttora riproposti in modo limpido e fermo, la vita dei fedeli riprende nuovo vigore.
 
L'assenza assoluta di ogni tono polemico dal parlare di monsignor Schneider facilita altresì l'accoglienza di questa proposta di studio di alto profilo, indispensabile oggi. Il lavoro teologico deve senz'altro concentrarsi sull'attenzione competente e nello stesso tempo amorosa dei testi conciliari, al fine di chiarire in modo completo ed approfondito ogni possibilità di dubbio o di imprecisione secondo quelli che sono i criteri di fondo indicati bene da monsignor Schneider. Vale a dire la prevalenza della tradizione autorevole e costante sulle affermazioni di carattere pastorale, delle affermazioni definitive su quelle che non sono tali, a maggior ragione se queste ultime si mostrano dubbie o imprecise. Esse, pertanto, vanno contestualizzate in un determinato tempo e secondo le loro specifiche finalità, che sono da esplicitare e chiarire, e vanno reinserite nel più ampio quadro della dottrina e della Parola di Dio. Questa analisi va eseguita con i presupposti ben individuati dal vescovo di Astana, cioè la profonda preparazione, l'amore per la Chiesa e per la salvezza delle anime, i quali sono la garanzia migliore per un lavoro ben fatto che prescinda da sterili contrapposizioni. E furono proprio il Pontefice allora regnante e gli stessi Padri conciliari a mettere in rilievo questi aspetti e i rischi possibili: Magistero: «Non è dunque la riforma, a cui mira il Concilio, un sovvertimento della vita presente della Chiesa, ovvero una rottura con la sua tradizione in ciò ch’essa ha di essenziale e di venerabile, ma piuttosto un omaggio a tale tradizione, nell'atto stesso che la vuole spogliare da ogni caduta e difettosa manifestazione per renderla genuina e feconda» (Paolo VI, Discorso in apertura del secondo periodo del Concilio , 29 settembre 1963). Fu ancora Paolo VI a prevedere i pericoli di un’analisi dei testi conciliari inadeguata, superficiale: «Uno non può inventare una nuova Chiesa secondo il proprio giudizio o il proprio gusto personale. Oggi non è raro il caso di persone, anche buone e religiose, giovani specialmente, che si credono in grado di denunciare tutto il passato storico della Chiesa, quello post-tridentino in modo particolare, come inautentico, superato e ormai invalido per il nostro tempo; e così, con qualche termine ormai convenzionale ma estremamente superficiale e inesatto, dichiarano senz’altro chiusa un’epoca (costantiniana, preconciliare, giuridica, autoritaria...) e iniziata un’altra (libera, adulta, profetica...), da inaugurarsi subito, secondo criteri e schemi inventati da questi nuovi e spesso improvvisati maestri. Per essere oggi veramente fedeli alla Chiesa dovremo guardarci dai pericoli che derivano dal proposito, tentazione forse, di innovare la Chiesa, con intenzioni radicali o con metodi drastici, sovvertendola. ...ai nostri tempi più o meno recenti –, si è caduti appieno nella trappola del “rivoluzioniamo”. Cambiamenti radicali al grido di “tutto e subito” si sono abbattuti sulla vita religiosa (e non solo), soprattutto con una caratteristica tanto sistematica quanto deleteria: il taglio radicale con il passato» (Discorso all’Udienza generale, 24 settembre 1969).
 
 
Nel Sinodo speciale, poi, convocato a Roma da Papa Giovanni Paolo II nel dicembre 1985 col compito di valutare «la celebrazione, la verifica e la promozione del Concilio Vaticano I» nel XX anniversario della sua chiusura, si esaminarono “le cause interne” della crisi post-conciliare. In questa sede, i Vescovi notarono “una lettura parziale e selettiva del concilio come anche un’interpretazione superficiale della sua dottrina in un senso o nell’altro”. E così ne spiegarono i motivi: ”Da una parte ci sono state delusioni perché siamo stati troppo esitanti nell’applicazione della vera dottrina del concilio. Dall’altra, a causa di una lettura parziale del concilio, è stata fatta una presentazione unilaterale della chiesa come struttura puramente istituzionale, privata del suo mistero” (Sinodo Speciale dei Vescovi, Relazione finale Exeunte coetu secundo , 7 dicembre 1985, I, 4).
 
 
Anche l’Instrumentum laboris della XIX Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi mise in evidenza uno squilibrato ed unilaterale orientamento verso le istanze della modernità: «L’apertura ai segni dei tempi e la stessa opzione per i poveri ha generato in alcuni una scelta ideologica e politica fino alla perdita della propria identità. Il legittimo desiderio di rispondere ai segni dei tempi e di un maggiore inserimento nel mondo è diventato in alcuni casi solo un adattamento che ha reso debole e irrilevante la testimonianza pubblica della vita consacrata (fino all’estremo, talvolta, di una mimetizzazione senza discernimento con la cultura borghese e secolarizzata)» (Segretariato Generale del Sinodo, Instrumentum laboris, 20 giugno 1994, n. 25d). Benedetto XVI mostrò poi ciò da cui derivava tale indebolimento dello sguardo soprannaturale: «Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale. In questo modo, esso viene considerato come una specie di Costituente , che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova» (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana per il Natale, 22 dicembre 2005). Questa concezione sociologica e politica del Concilio ha portato a ricondurre l'analisi dei testi a delle pre-comprensioni fortemente legate alla divisione tra schieramenti opposti, che vengono regolarmente ricondotte in modo artificioso alla distinzione tra progressisti e tradizionalisti. Tale impostazione inevitabilmente conduce a conflittualità che fanno perdere la possibilità di serene analisi ermeneutiche e scientifiche del testo, considerato ormai irrilevante e da superare. Vengono così messe in atto strategie di pressioni da parte di gruppi che hanno promosso campagne di sensibilizzazione, allo scopo di promuovere rivendicazioni di cambiamenti radicali soprattutto in ambito morale e disciplinare, facendo leva sul consenso. Benedetto XVI precisò che i Padri conciliari, al contrario, lavorarono secondo «la dinamica della fedeltà, che interessa nel servizio del Signore».
 
 
Ecco, dunque, che mons. Schneider pone nuovamente al centro della questione la Volontà di Dio. Questa è anche ora la vera discriminante tra una corretta interpretazione del Concilio e un’analisi pregiudiziale volta a soddisfare i gusti del mondo. Ne segue inevitabilmente che solo se ci si orienta alla Volontà di Dio è possibile un confronto sereno che ritorni a prendere in seria considerazione i testi conciliari. A partire da questa sottomissione alla Verità, si potrà fare l’esame attento del loro valore dottrinale, indispensabile ora per superare lo stato di profonda confusione che si sta diffondendo a tutti i livelli, in vista di un’applicazione corretta e fruttuosa del Concilio, salvaguardando l’unità nella Verità.
 
 
Questi sono, dunque, i motivi per cui abbiamo ritenuto opportuno presentare, nella traduzione del prof. Antonio Livi, questo testo di monsignor Schneider, pubblicato in inglese il 21 luglio 2017 dal blog Rorate caeli.
 
 
L'interpretazione del Vaticano II
e la sua connessione con l'attuale crisi della Chiesa
 
L'attuale situazione di crisi senza precedenti della Chiesa è paragonabile alla crisi generale del IV secolo, quando l'arianesimo aveva contaminato la stragrande maggioranza dell'episcopato, assumendo una posizione dominante nella vita della Chiesa. Dobbiamo cercare di affrontare questa attuale situazione con realismo e, proprio per questo, con una visione delle cose che tiene conto della Provvidenza. Dobiamo pensare e parlare con un profondo amore per la Chiesa, nostra madre, che vive la Passione di Cristo a causa di questa tremenda e generale confusione dottrinale, liturgica e pastorale.
 
Dobbiamo rinnovare la nostra fede nel credere che la Chiesa è nelle mani sicure di Cristo e che Egli interviene sempre per rinnovarla nei momenti in cui la barca di Pietro sembra capovolgersi, come nel caso evidente dei nostri giorni.
 
 
Per ciò che concerne l'atteggiamento verso il Concilio Vaticano II, dobbiamo evitare due estremi: da una parte, il rifiuto generalizzato (come i sedevacantisti e una parte della Fraternità di San Pio X - FSSPX), dall'altra la sua assolutizzazione, come se  tutto ciò che il Concilio ha detto fosse "irreformabile", in quanto dotato del carattere dell'infallibilità.
 
 
Il Vaticano II era un'assemblea legittima presieduta dai Papi e dobbiamo mantenere verso questo Concilio un atteggiamento rispettoso. Tuttavia, ciò non significa che ci sia proibito esprimere fondati dubbi o rispettosi suggerimenti di miglioramento su alcuni elementi specifici, sempre fondati  sulla intera tradizione della Chiesa e sul Magistero costante.
 
 
Le dichiarazioni dottrinali tradizionali e costanti del Magistero nel corso dei secoli hanno la precedenza e costituiscono un criterio di verifica sull'esattezza delle dichiarazioni magisteriali posteriori. Le nuove affermazioni del Magistero devono in linea di principio essere più esatte e più chiare, ma non dovrebbero mai essere ambigue e  visibilmente contrastanti con precedenti dichiarazioni magisteriali.
 
 
Le affermazioni del Vaticano II che risultino ambigue devono essere lette e interpretate secondo le affermazioni di tutta la Tradizione e del Magistero costante della Chiesa.
 
 
In caso di dubbio, le affermazioni del Magistero costante (i precedenti concili e documenti dei Papi, il cui contenuto si dimostra una tradizione sicura e ripetuta nei secoli nello stesso senso) prevalgono su quelle dichiarazioni oggettivamente ambigue o nuove del Vaticano II, che difficilmente concordano con specifiche affermazioni del magistero precedente (ad esempio, il dovere dello Stato di venerare pubblicamente Cristo, re di tutte le società umane; il vero senso della collegialità episcopale rispetto al primato petrino e al governo universale della Chiesa; la dannosità di tutte le religioni non cattoliche e la loro pericolosità per l'eterna salvezza delle anime).
 
 
Il Vaticano II deve essere visto e ricevuto come è e come era veramente: un concilio prevalentemente pastorale. Questo concilio non aveva l'intenzione di proporre nuove dottrine o di proporle in forma definitiva. Nelle sue dichiarazioni il concilio ha confermato in gran parte la dottrina tradizionale e costante della Chiesa.
 
 
Alcune delle nuove dichiarazioni del Vaticano II (ad es. collegialità; libertà religiosa; dialogo ecumenico e interreligioso; atteggiamento verso il mondo), che non hanno un carattere definitivo ma sono apparentemente o realmente non concordanti con le dichiarazioni tradizionali e costanti del Magistero, devono essere completate da spiegazioni più esatte e da integrazioni più precise di carattere dottrinale. Non aiuta neppure un'applicazione cieca del principio dell'ermeneutica della continuità, dal momento che vengono create interpretazioni forzate, che non sono convincenti e che non sono utili per giungere ad una più chiara comprensione delle immutabili verità della fede cattolica e della sua concreta applicazione.
 
 
Ci sono stati casi nella storia in cui le dichiarazioni non definitive di alcuni concili ecumenici - grazie a un dibattito teologico sereno - sono state successivamente perfezionate o tacitamente corrette  (ad esempio le affermazioni del Concilio di Firenze riguardo al sacramento dell'Ordine, nel senso che la materia era la consegna degli strumenti, mentre la tradizione più sicura e costante affermava che  era adeguata l'imposizione delle mani del vescovo : verità, questa, confermata definitivamente da Pio XII nel 1947). Se dopo il Concilio di Firenze i teologi avessero applicato ciecamente il principio dell'ermeneutica della continuità a questa dichiarazione concreta dello stesso concilio  - una dichiarazione oggettivamente errata, che difendeva la tesi secondo cui la consegna degli strumenti in quanto materia del Sacramento dell'Ordine concorderebbe col magistero costante - probabilmente non sarebbe stato raggiunto il consenso generale dei teologi su quella verità che afferma che solo l'imposizione delle manidel vescovo è materia reale del Sacramento dell'Ordine.
 
 
Occorre creare nella Chiesa un clima sereno per una discussione dottrinale su quelle affermazioni del Vaticano II che risultano ambigue o che hanno causato interpretazioni erronee. In una simile discussione dottrinale non c'è nulla di scandaloso, ma al contrario, sarebbe un contributo per custodire e spiegare in modo più sicuro e completo il deposito della fede immutabile della Chiesa.
 
 
Non ci si deve polarizzare tanto sul più recente Concilio ecumentico, assolutizzandolo, mentre poi si relativizza  la Parola di Dio, sia orale (Sacra Tradizione) che scritta (Sacra Scrittura). Il Vaticano II stesso ha giustamente affermato (cfr Dei Verbum, 10) che il Magistero (Papa, Concilio, magistero ordinario e universale) non è al di sopra della Parola di Dio, ma sotto di essa, soggetto ad essa, e che è solo servo (della parola orale di Dio = tradizione sacra e della Parola scritta di Dio = Sacra Scrittura).
 
 
Da un punto di vista oggettivo, le affermazioni del Magistero (papi e concili) di carattere definitivo hanno più valore e peso rispetto alle dichiarazioni di carattere pastorale, che hanno naturalmente una qualità variabile e temporanea a seconda delle circostanze storiche o che rispondono a situazioni pastorali di un certo periodo di tempo, come avviene per la maggior parte delle affermazioni del Vaticano II.
 
 
Il contributo originale e prezioso del Vaticano II consiste nella chiamata universale alla santità di tutti i membri della Chiesa (cap. 5 della Lumen gentium); nella dottrina sul ruolo centrale della Madonna nella vita della Chiesa (cap. 8 della Lumen gentium); nell'importanza dei fedeli laici nel mantenere, difendere e promuovere la fede cattolica e nel loro dovere di evangelizzare e santificare le realtà temporali secondo il senso perenne della Chiesa (cap. 4 della Lumen gentium ); nel primato dell'adorazione di Dio nella vita della Chiesa e nella celebrazione della liturgia (Sacrosanctum Concilium , nn 2, 5-10).  Il resto si può considerare in una certa misura secondario, temporaneo e, in futuro, probabilmente dimenticabile, al pari delle asserzioni non-definitive, pastorali e disciplinari dei vari concili ecumenici di passato.
 
 
Le seguenti questioni: la Madonna, la santificazione della vita personale dei fedeli con la santificazione del mondo secondo il perenne senso della Chiesa e il primato dell'adorazione di Dio, sono gli aspetti più urgenti che devono essere vissuti nei nostri giorni. Il Vaticano II ha un ruolo profetico che, purtroppo, non è ancora realizzato in modo soddisfacente.
 
 
Invece di vivere questi quattro aspetti, una considerevole parte della "nomenclatura" teologica e amministrativa nella vita della Chiesa, negli ultimi 50 anni ha promosso e ancora promuove dottrine ambigue, pastorali e liturgiche, distorcendo così l'intenzione originaria del Concilio o abusando delle dichiarazioni dottrinali meno chiare o ambigue per creare un'altra chiesa - una chiesa di tipo relativista o protestante.
 
 
Nei nostri giorni stiamo vivendo il culmine di questo sviluppo.
 
 
Il problema della crisi attuale della Chiesa consiste in parte nel fatto che alcune affermazioni del Vaticano II - oggettivamente ambigue o quelle poche dichiarazioni difficilmente concordanti con la costante tradizione magisteriale della Chiesa - sono state infallibilizzate. In questo modo è stato bloccato un sano dibattito con la necessaria correzione implicita o tacita.
 
 
Allo stesso tempo si è dato l'incentivo di creare affermazioni teologiche in contrasto con la tradizione perenne (ad esempio, per quanto riguarda la nuova teoria di un ordinario doppio supremo soggetto del governo della Chiesa, vale a dire il papa da solo e l'intero collegio episcopale insieme al Papa; la dottrina della neutralità dello Stato verso il culto pubblico da attribuirsi al vero Dio, che è Gesù Cristo, re anche di ogni società umana e politica; la relativizzazione della verità che la Chiesa cattolica è l'unico modo di salvezza, voluto e comandato da Dio).
 
 
Dobbiamo liberarci dalle catene dell'assolutizzazione e della totale infallibilizzazione del Vaticano II. Dobbiamo chiedere un clima di sereno e rispettoso dibattito frutto di un sincero amore per la Chiesa e per la sua fede immutabile.
 
 
Possiamo vedere un'indicazione positiva nel fatto che il 2 agosto 2012 Papa Benedetto XVI ha scritto una prefazione al volume relativo a Vaticano II nell'edizione della sua opera omnia. [vedi] In questa prefazione, Benedetto XVI esprime le sue riserve riguardo a contenuti specifici nei documenti Gaudium et spes e Nostra aetate. Dal tenore di queste parole di Benedetto XVI si può vedere che i difetti concreti in alcune sezioni dei documenti non sono migliorabili dall'ermeneutica della continuità.
 
 
Una FSSPX, pienamente integrata canonicamente nella vita della Chiesa, potrebbe dare anch'essa un prezioso contributo a questo dibattito - come desiderava l'Arcivescovo Marcel Lefebvre. La presenza assolutamente canonica della FSSPX nella vita della Chiesa di oggi potrebbe anche contribuire a creare un clima generale di discussione costruttiva, affinché ciò che è stato creduto sempre, ovunque e da tutti i cattolici per 2.000 anni, sia creduto in modo più chiaro e più sicuro nei nostri giorni, realizzando così la vera intenzione pastorale dei Padri del Concilio Vaticano II.[2]
 
 
L'autentica intenzione pastorale mira all'eterna salvezza delle anime - una salvezza che si realizzerà solo attraverso la proclamazione dell'intera volontà di Dio (cfr Atti 20: 7). L'ambiguità nella dottrina della fede e nella sua applicazione concreta (nella liturgia e nella vita pastorale) minaccia l'eterna salvezza delle anime e sarebbe quindi anti-pastorale, poiché l'annuncio della chiarezza e dell'integrità della fede cattolica e la sua fedele applicazione concreta è volontà esplicita di Dio.
 
 
Solo la perfetta obbedienza alla volontà di Dio - Che ci ha rivelato attraverso Cristo il Verbo Incarnato e attraverso gli Apostoli la vera fede, la fede interpretata e praticata costantemente nello stesso senso dal Magistero della Chiesa -, porterà la salvezza delle anime .
 

+ Athanasius Schneider,
Vescovo ausiliare dell'Arcidiocesi di Maria Santissima a Astana, Kazakistan
Fonte Rorate Caeli
 
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