SEIFERT 04 09 2017 - Fidesetratio

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Livello 5
Un filosofo tedesco mi sostiene nell’uso della logica
per la difesa scientifica della verità cattolica
di Monsignor Antonio Livi
Il professor Roberto de Mattei ha molto opportunamente riferito su Corrispondenza Romana della presa di posizione del filosofo tedesco Josef Seifert in merito alle ambiguità teologico-morali dell’esortazione apostolica Amoris laetitia (cfr https://www.corrispondenzaromana.it/wp-content/uploads/2017/08/Testo-Seifert-italiano.pdf?it). Seifert è un filosofo di orientamento fenomenologico, lontano però dalla deriva idealistica di Husserl e di molti pensatori della sua scuola (in questo ha seguito l’esempio di Edith Stein e di Dietrich von Hildebrand). Il nucleo della sua argomentazione è questo: se si esamina con rigore logico ciò che il Papa argentino scrive in tema di moralità dell’atto umano (oggettività della colpa, soggettività della consapevolezza e dell’intenzione), ne risulta la conseguenza terribile che quel documento pontificio contraddice alla radice i documenti del Magistero precedente in materia di morale matrimoniale (soprattutto l’Humanae vitae di Paolo VI e la Familiaris consortio di Giovanni Paolo II) e soprattutto i fondamenti dogmatici della teologia morale (dottrina sulla coscienza e sugli atti intrinsecamente disordinati), che lo stesso Giovanni Paolo II aveva ricordato nell’enciclica Veritatis splendor.
Di conseguenza, i casi sono due: o bisogna dire (come ha detto anche il cardinal Burke) che l’esortazione apostolica Amoris laetitia non costituisce un atto di vero e proprio magistero (in quanto risulta sostanzialmente incompatibile con la Tradizione), oppure bisogna almeno ammettere quello che io da anni vado sostenendo, ossia che quel documento è volutamente ambiguo. Non si può dire, invece, che c’è perfetta continuità tra l’Amoris laetitia e la dottrina di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Lo ha detto il cardinale Schönborn, con la famosa frase (assai poco logica): «Certamente bisogna leggere l’Amoris laetitia alla luce le magistero precedente, ma anche leggere il magistero precedente alla luce dell’Amoris laetitia». Lo ha ripetuto un altro filosofo, Rocco Buttiglione, che è amico sia mio che di Josef Seifert, e sia io che Seifert abbiamo criticato il suo maldestri tentativo di giustificare i passaggi ambigui dell’Amoris laetitia con il ricorso alla dimensione “personalistica” della morale, che – a suo dire – completa e sviluppa la dottrina, ancora troppo “metafisica”, del Magistero precedente. Un ricorso meramente nominalistico, che non regge all’analisi logica di ciò che “personalismo” e “metafisica” sono in filosofia e nella dottrina della Chiesa cattolica sull’oggetto e il soggetto dell’azione orale (si veda quanto ho scritto, in polemica con Buttiglione, in Teologia e Magistero, oggi, Leonardo da Vinci, Roma 2017).
Il fatto di “esaminare con rigore logico” l’esortazione apostolica Amoris laetitia, come fa Seifert, è l’applicazione (sempre necessaria) della logica filosofica all’ermeneutica del Magistero, per poter distinguere quello che la Chiesa afferma con autorità divina e che va recepito come dogma (o come interpretazione ufficiale del dogma) da quello che invece afferma per motivi contingenti di ordine pastorale o addirittura di ordine politico e che va recepito come orientamento pratico legittimo ma non vincolante. Di questa preziosa risorsa della filosofia che è la logica anch’io faccio da sempre uso nell’opera di “difesa scientifica della verità cattolica”, che è la missione propria dell’Unione apostolica “Fides et ratio”. Per questo ho considerato l’intervento del filosofo tedesco come un sostegno indiretto ma efficace all’opera di chiarificazione e di ri-orientamento dell’opinione pubblica cattolica, gravemente turbata dalla ridda di interpretazioni diverse del magistero ecclesiastico e alle prese di posizione polemiche, spesso più ideologiche che non teologiche (vedi Danilo Quinto, Disorientamento pastorale, Introduzione teologica di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2016).
Io punto tutto sulla “logica aletica”, strumento di critica epistemica che ho ampiamente illustrato nelle mie opere (cfr Verità del pensiero. Fondamenti di logica aletica, Lateran University Press, Città del Vaticano 2002; Senso comune e logica aletica, Leonardo da vinci, Roma 2008; Le leggi del pensiero. Come la verità viene al soggetto, Leonardo da vinci, Roma 2017) e che alcuni studiosi hanno saputo interpretare correttamente (cfr Fabrizio Renzi, La logica aletica e la sua funzione critica, Leonardo da Vinci, Roma 2012; William Slattery, The Logic of Truth. Saint Thomas Aquinas Epistemology and Antonio Livi’s Alethic Logic, Leonardo da Vinci, Roma 2015).
Io ho voluto sottrarre il tema della verità logica, che è al centro del dibattito contemporaneo (neopositivismo logico, ermeneutica, razionalismo critico), alla deriva relativistica, riportandolo al suo ambito naturale, che è quello della “metafisica” (in senso aristotelico), dove la soggettività implica sempre l’oggettività e viceversa.
In tal modo la fondazione logica della verità del pensiero, richiamata anche da Heidegger, consente alla filosofia di svolgere il suo ruolo naturale di “sapienza pubblica”.
La filosofia, infatti, è nata in Grecia come superamento della mitologia e come critica del potere politico in nome di una verità trascendente (Socrate), sicché nemmeno oggi la filosofia deve ridursi a letteratura, a retorica, cioè a discorsi infondati e ultimamente ipocriti, perché utilizzabili da parte delle ideologie dominanti in cerca di consenso (o delle élites o delle masse popolari). In ogni aspetto della mia attività accademica e pubblicistica, intesa come “intervento nella società” in difesa della verità naturale e della possibilità di recepire la verità rivelata, io mi sono sempre servito della mia riconosciuta competenza scientifica come logico. Ho voluto riproporre in termini oggi condivisibili il primato della “logica aletica” (o della verità possibile), alla base della quale sta la nozione di “senso comune”, inteso modernamente come il sistema delle evidenze immediate dell’esperienza, grazie alle quali ognuno è in grado di discernere, in qualunque contesto e situazione, le verità fondamentali dell’esistenza umana e i dettami della legge naturale. A questo riguardo, il testo fondamentale è Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede (Leonardo da Vinci, Roma 2010), tradotto in francese, in inglese e in spagnolo. Applicando poi questa mia dottrina ai problemi dell’ermeneutica teologica, ho pubblicato nel 2012 Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa” (terza edizione aggiornata, Leonardo da Vinci, Roma 2017), dove smaschero quella teologia filo-luterana che caratterizza il riformismo post-conciliare, responsabile della “discontinuità” o “rottura” con la Tradizione dogmatica e liturgica della Chiesa che tanto disorienta l’opinione pubblica cattolica. L’opera è stata apprezzata anche da papa Benedetto XVI, che mi ha scritto una lettera di incoraggiamento.
Debbo la laboriosa costruzione della mia teoria sulla logica al mio maestro Etienne Gilson, grande filosofo francese del quale ho tradotto e commentato l’opera che ritengo più importante, Il realismo, metodo della filosofia. Egli mi ha fatto comprendere che la verità di qualsiasi tesi filosofica dipende dal suo coerente collegamento con il vero punto di partenza della riflessione filosofica, che è l’esistenza reale degli enti. A partire da questa prima verità, la riflessione filosofica può tentare un’ermeneutica dell’esperienza, potendo così dire qualcosa di vero sull’essere degli enti e sul loro fondamento, che è Dio. Se invece, come ha fatto Cartesio con il Discorso sul metodo (opera che Gilson ha studiato a fondo), si sceglie di partire dal “pensiero vuoto”, la filosofia perde ogni giustificazione epistemica.
Questo criterio epistemologico l’ho poi trovato anche in un filosofo italiano con il quale ho collaborato, sia a Perugia che a Roma: Cornelio Fabro, il quale ha esaminato gli esiti dell’opzione cartesiana  (che egli chiama “principio di immanenza”) nella storia della filosofia moderna (Spinoza, Hume, Kant, Hegel, Schelling, Husserl), rilevando come il rifiuto del realismo abbia reso la speculazione filosofica suggestiva ma priva di fondamento, sfociando inevitabilmente nell’ateismo e nel nichilismo.

Sulla scorta di questi due miei maestri io ho però imparato a non fare di tutte le erbe un fascio: non tutta la filosofia moderna è metodologicamente idealistica, perché molti importanti autori (che io definisco i “filosofi del senso comune) hanno scelto l’opzione realistica: basti pensare a Pascal, a Reid, a Jacobi, a Kierkegaard, a Rosmini, a Bergson.
Considero di particolare importanza e urgenza, per i tempi in cui viviamo, aiutare tutti coloro che hanno veramente a cuore la verità dell’esistenza a usare rettamente la ragione, a possedere gli strumenti logici dell’autentico “discernimento”. I miei lavori scientifici possono e debbono servire a tutti per saper discernere le verità assolute (metafisiche e morali) da quelle relative (fisiche, biologiche, psicologiche, sociologiche, economiche, politiche).
Mentre le verità assolute sono sempre presenti alla coscienza di tutti e forniscono l’unica base possibile per un dialogo costruttivo tra le culture, le verità relative dipendono dalle contingenze storiche e da interessi di parte, sicché non possono mai essere universalmente condivise. Quando si pretende di imporre come assolute le verità relative (come fanno i fautori del pensiero unico, al servizio del “nuovo ordine mondiale”), non c’è più vero dialogo tra le diverse istanze democratiche ma solo propaganda e colonialismo culturale. E’ quello che fanno tutte le ideologie, sia di stampo conservatore che di stampo progressista.  In rapporto alla fede cristiana, io combatto tutti i fondamentalismi, che sono sempre un uso pragmatico della verità rivelata, pretendendo di poter dedurre da verità religiose assolute (quelle che sono garantite dalla parola di Dio) certe conseguenze politiche che in realtà rispondono solo alle proprie opzioni ideologiche. Come filosofo e come credente mi ribello a questo vizio di imporre le proprie idee in nome di Dio.
Il peccato contro lo Spirito Santo non si commette solo quando si nega una verità esplicitamente rivelata da Dio, ma anche quando si etichettano come “Vangelo” le proprie ipotesi umane, la propria visione delle questioni socio-politiche.  Si può dire: “Dio l’ha detto” o “Dio lo vuole” solo quando ciò è testualmente attestato da Dio stesso. Insomma, io combatto il fanatismo religioso (assolutizzazione delle ideologie umane e relativizzazione della rivelazione divina) per gli stessi motivi logici per cui combatto il fanatismo scientismo (teorie scientifiche delle evidenze logiche e metafisiche) e la retorica del nichilismo o “pensiero debole” di Gianni Vattimo.
I principi logici che io intendo riproporre per evitare oggi lo scientismo, il fanatismo ideologico, il fondamentalismo religioso si riconducono tutti a un principio fondamentale: il rispetto di quello che i filosofi analitici americani hanno chiamato la “giustificazione epistemica” (epistemic justification). Ciò significa, in pratica, che ogni discorso che pretenda di essere recepito in pubblico come verità deve esibire le proprie credenziali logiche e non affidarsi soltanto agli strumenti della persuasione retorica o allo sbandieramento della propria o altrui autorità in materia. Per parlare onestamente di qualsiasi argomento, sia scientifico che politico o religioso, si deve fornire una adeguata di ogni singola affermazione che si fa, riportandole a ciò che tutti necessariamente ammettono come vero. Se chi parla o scrive non è in grado di fornire tale giustificazione (perché nemmeno lui è assolutamente certo di quello che vuole far credere agli altri), è meglio che stia zitto, o almeno confessi che ancora non ha le idee chiare e ci sta pensando. Purtroppo, vediamo nei libri che più si vendono e nei talk show che quasi tutti assumono, per convincere della giustezza delle proprie tesi, un atteggiamento arrogante, fingendo di essere arrivati a certe conclusioni dopo un lungo itinerario razionale, quando invece sono tesi infondate, indimostrabili, che servono solo a consolidare la propria posizione di potere all’interno di quella “dittatura del relativismo” che il cardinale Ratzinger (poi papa Benedetto XVI) denunciava alla vigilia della sua elezione al soglio pontificio.
Per restare ai problemi dottrinali della Chiesa, io ho documentato criticamente come i principali esponenti della teologia contemporanea siano affetti da relativismo dogmatico ed etico e da un pericoloso antropocentrismo. Io sostengo questa mia tesi, non per partito preso o per invidia del successo di altri, ma proprio perché questi “altri” hanno costruito e imposto nella Chiesa un’ideologia fondata su un intrico di sofismi e sulla pretesa autorità teologica di pensatori luterani dell’Ottocento (Hegel, Schelling) o del Novecento (Tillich, Bultmann, Barth). I miei studi di storia della filosofia e della teologia mi hanno consentito di vedere (e poi anche dimostrare) che “il re è nudo”. In questo caso il “re” è il teologo gesuita Karl Rahner, il cui antropocentrismo è non solo “pericoloso” come ha detto lei ma è deleterio per la fede cattolica. Rahner tenta di giustificare (retoricamente, sofisticamente) la “svolta antropologica della teologia” fingendo prima di rifarsi a san Tommaso d’Aquino (interpretato però con gli schemi del trascendentalismo di Kant) e poi rifacendosi pedissequamente a Hegel e a Heidegger. Questa inadeguata giustificazione della sua nuova teologia, basata solo sull’autorità di pensatori che nella Chiesa cattolica non dovrebbero avere autorità dogmatica, si riflette poi sull’ingiustificata autorità dottrinale che Rahner ha esercitato e continua a esercitare sui teologi cattolici (a cominciare da Hans Küng) e anche sui vescovi di tutto il mondo.
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