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Giuseppe Siri, Dogma e liturgia.
Istruzioni dottrinali e norme pastorali dell’Arcivescovo di Genova sul culto eucaristico e sulla riforma liturgica promossa dal Vaticano II. Scritti e discorsi raccolti e commentati da
Antonio Livi.
In Appendice, “Dogma e liturgia nel dibattito teologico attuale”, di Nicola Bux. Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014, pagine 226, euro 20,00.


La connessione tra dogma e liturgia è stata sempre vissuta dalla Chiesa perché essa non ha mai perduto la coscienza della propria missione –né poteva perderla, perché Cristo sempre l’assiste in modo che quanto alla missione stessa, essa sia di fatto indefettibile, ossia fedele fino alla fine dei tempi. Questa coscienza di sé (che papa Paolo VI ha illustrato magistralmente nell’enciclica Ecclesiam suam) è fede ed è anche teologia, intesa rettamente come intellectus fidei. E il motivo teologico di fondo per il quale il dogma suscita e orienta la vita liturgica della Chiesa è che Cristo, nel formare i suoi apostoli alla missione nel mondo, ha fatto loro comprendere che Egli è allo stesso tempo, per tutti gli uomini chiamati alla salvezza, «la via, la verità e la vita» (cfr Vangelo secondo Giovanni, 14, 1-5), ossia  non solo l’unico Maestro (la cui dottrina, custodita e trasmessa infallibilmente dalla Chiesa, costituisce il dogma) ma anche l’unico Medico capace di guarire le malattie mortali dell’anima con la grazia dei sacramenti, a partire dal Battesimo, che la Chiesa amministra rendendo culto al Salvatore (liturgia). La fede viva e vissuta –  che non può esistere senza una sempre più convinta adesione al dogma – porta innanzitutto allo spirito di adorazione, cioè a lodare e a ringraziare Dio che ci ha rivelato la sua natura (la trinità delle Persone nell'unità della sostanza divina) e i suoi disegni di salvezza in Cristo (l'Incarnazione, la Redenzione, la Chiesa).

Ma l'adorazione non si esprime solo nell'intimità della preghiera individuale ma anche nella preghiera comunitaria e nei riti pubblici, e questo è appunto la liturgia. A sua volta, la partecipazione piena e assidua alla vita liturgica della Chiesa viene chiamata “fruttuosa” dai documenti del Magistero perché produce infallibilmente il frutto di un incremento della fede, e anche proprio di una sempre maggiore penetrazione nella verità della fede, ossia nel significato spirituale del dogma, che è l’espressione “definita” dei misteri rivelati da Dio e custoditi infallibilmente dalla Chiesa. Da qui la compresenza di insegnamento e preghiera nei luoghi e nei momenti del culto divino. Di qui, tra l’altro, la necessità di una catechesi continua del popolo cristiano, sia quando esso si trova riunito in chiesa in assemblea orante per la celebrazione del Sacrifico eucaristico, sia quando si amministrano i sacramenti anche al singolo fedele, come avviene nel caso della Confessione individuale. Le norme liturgiche oggi vigenti, dopo la riforma voluta dal Vaticano II, prevedono infatti l’istruzione catechistica (omelia) dopo le letture scritturistiche della santa Messa, all’inizio del rito del Battesimo e anche del Matrimonio fuori della Messa, come anche un ricordo esplicito della dottrina rivelata all’inizio del rito della Penitenza sacramentale.

Da noi, in Italia, la Conferenza Episcopale ebbe cura, a suo tempo, di fissare delle norme precise in merito nel celebre documento che si intitola appunto Evangelizzazione e sacramenti  e che fissa il piano pastorale per gli anni dal 1973 al 1980. Questi principi teologici riguardanti il rapporto intrinseco tra dogma e liturgia hanno guidato i Pontefici che nell’ultimo secolo, ossia dai primi decenni del Novecento a oggi, sono intervenuti con l’aggiornamento dottrinale e le necessarie riforme in materia liturgica: basti ricordare Pio XII, che pubblicò un’enciclica sul rinnovamento liturgico (la Mediator Dei et hominum, del 20 novembre 1947) e inoltre provvide a un’importante ristrutturazione dei riti della Settimana Santa;  poi Giovanni XXIII, al quale si deve l’inserimento della “memoria” di san Giuseppe. Sposo della Beata Vergine Maria, nel Canone romano; poi ancora Paolo VI, il quale emanò le disposizioni  necessarie per l’attuazione delle nuove direttive liturgiche emanate dal concilio ecumenico Vaticano II, a cominciare dal Novus Ordo Missae, pubblicato  con la costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969; infine, Benedetto XVI, che con il motu proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007) volle sapientemente precisare l’ambito di discrezionalità nell’uso del Vetus Ordo accanto al nuovo.

Anche tra i vescovi residenziali numerosi sono stati quelli che hanno impostato la loro azione pastorale assicurando nella propria diocesi l’osservanza delle norme liturgiche, sia tradizionali che nuove, facendo sì che l’adeguata conoscenza e a personale interiorizzazione dei misteri rivelati servissero a incrementare lo spirito di adorazione di tutti i fedeli e la loro la fruttuoso partecipazione all’azione liturgica comunitaria nelle parrocchie e negli istituti religiosi. Tra questi vescovi un posto di assoluto rilievo va riconosciuto al cardinale Giuseppe Siri (1906 – 1989), arcivescovo metropolita di Genova dal 1946 al l987, pubblicamente elogiato,  proprio per questo, da Giovanni Paolo II quando si recò in visita pastorale a Genova nel giugno del 1985.
Per rendere accessibili oggi a un pubblico vasto i documenti di questa illuminata azione pastorale Antonio Livi ha qui raccolto alcuni tra i più significativi interventi dottrinali e disciplinari del cardinale Siri. Si tratta di lettere al clero e ai fedeli, comunicati, decreti che vanno dal 1955 al 1972 e riguardano la santità del popolo di Dio nella sua amatissima Diocesi di Genova a partire dalla vita liturgica e sacramentale. Ho ordinato i testi, non secondo la loro suc¬cessione cronologica ma secondo un criterio tematico, quello che mi sembra il più idoneo a mostrare la ricchezza e l’efficacia pa¬storale del suo contenuto dottrinale. Ho dato a questa raccolta il titolo di Dogma e liturgia, aggiungendo nel sottotitolo un accenno diretto al culto eucaristico e anche un riferimento esplicito alla riforma liturgica voluta dal concilio ecumenico Vaticano II, che ha avuto tra i suoi protagonisti e tra le personalità ecclesiastiche più attive nella sua applicazione in loco proprio l’arcivescovo di Genova.

Alcuni teologi, liturgisti e storici della Chiesa, tra i troppi interventi polemici che agitarono l’opinione pubblica cattolica negli anni del “post-Concilio”, vollero presentare il cardinale Siri come capofila di una presunta “sorda opposizione” degli “ambienti tradizionalisti” all’aggiornamento dottrinale e alle riforme dei riti promossi dal Vaticano II con il suo primo documento solenne, la costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium, del 4 dicembre 1963,  con le norme canoniche di attuazione disposte da Paolo VI nel 1966. Si tratta in realtà di una falsa interpretazione dei fatti, ispirata più da passione ideologica che da vero amore per le direttive emanate dal Vaticano II in un contesto di verità di fede che la costituzione liturgica ha riproposto suggerendo nuove applicazioni pastorali, senza logicamente obliterare o tanto meno negare alcun dogma. Oggi tutti i documenti originali in nostro possesso dimostrano che il cardinal Siri fu non solo un attivo protagonista dei lavori conciliari e un entusiasta esegeta dei documenti approvati dalla «quasi unanimità dei Padri conciliari», come egli sottolineava volentieri, ma anche un appassionato promotore della loro fedele esecuzione tra i fedeli della sua diocesi e di tutto il mondo. Con la costituzione liturgica – scriveva Siri - «i fedeli sono solennemente invitati non solo a partecipare al culto divino ma a prepararsi con una cultura adeguata, un esercizio metodico, una personale preghiera che scaldi l’anima per la fruttuosa partecipazione ai sacri riti». Sono, anche nelle espressioni verbali, gli stessi pensieri che papa Benedetto XVI, l’autorevole interprete del Concilio nella linea della «riforma nella continuità», ha manifestato ai sacerdoti romani nel suo ultimo discorso pubblico prima di lasciare il ministero petrino.

Infatti, a proposito della costituzione liturgica del Vaticano II, papa Ratzinger volle ricordare il significato teologico del fatto che essa fosse il primo documento solenne approvato dal Concilio: «È stato molto buono cominciare con la liturgia, così appare il primato di Dio, il primato   dell’adorazione. “Operi Dei nihil praeponatur”: questa parola della Regola di san Benedetto [cfr 43, 3] appare così come la suprema regola del Concilio. Qualcuno aveva criticato che il Concilio ha parlato su tante cose, ma non su Dio. Ha parlato su Dio! Ed è stato il primo atto e quello sostanziale parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo, all’adorazione di Dio, nella comune celebrazione della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo. In questo senso, al di là dei fattori pratici che sconsigliavano di cominciare subito con temi controversi, è stato, diciamo, realmente un atto di Provvidenza che agli inizi del Concilio stia la liturgia, stia Dio, stia l’adorazione».

La catechesi, le esortazioni, le direttive pastorali, le norme giuridiche e disciplinari raccolte in questo volume riflettono la fede personale del Cardinale, la sua pietà sincera, la lunga esperienza di vita pastorale alla guida della sua Diocesi. Queste pagine ci riportano l’eco della predicazione dell’arcivescovo di Genova quando esortava i suoi sacerdoti e i fedeli laici a dare a Dio il culto dovuto, stesse a cuore soprattutto l’Eucaristia, che deve essere creduta, compresa e vissuta come il vero centro della vita cristiana. Chi leggerà questi scritti pastorali comproverà come ogni considerazione del cardi¬nal Siri sul culto divino (non importa se di carattere teologico o giuridico o devozionale) è ispirata da una profonda convinzione di fede: la presenza reale di Gesù Cristo, nostro Salvatore, nel sa¬cramento dell’Altare. Si tratta di una profonda convinzione di fede che – riteneva Siri – genera in ogni anima cristiana un amore che non può non esprimersi nell’attitudine all’adorazione ininterrotta, nell’ansia apostolica di coinvolgere tutti, sapendo di trovarsi in un contesto ecclesiale di rapidi cambiamenti e di drammatici sconvolgimenti.

Come in tutte le sue opere spirituali e pastorali, anche in questa che qui presento Giuseppe Siri parla, prima ancora che da Pastore, da semplice credente, parla ex abundantia cordis: se desiderava che tutti – sacerdoti, religiosi, laici, persino bambini – avessero come centro della loro vita l’Eucaristia, partecipando con la massima consapevolezza possibile al Santo Sacrificio della Messa e recandosi a visitare Gesù Sacramentato nel Tabernacolo per ringraziarlo e per adorarlo, è perché l’Eucaristia era innanzi¬tutto il vero centro della sua propria vita spirituale. È da qui che nasceva il suo impegno per far sì che l’Eucaristia fosse anche al centro della vita cristiana della comunità e di ogni singola persona (tra i sacerdoti, i religiosi e i laici) verso la quale egli avesse una responsabilità pastorale.


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